A volte le amicizie più belle e vere nascono sulle polveri di un dolore. O sulla fine di un percorso.
"Voglio intervistarti per una ricerca. Per avere la tua opinione di attrice". Non mi ha mai intervistata nessuno. La cosa mi diverte.
Fassbinder è il mio amico speciale. E' un genio. Lui non lo sa.
Non si chiama così. Lo associo io al regista tedesco. Per qualche ragione. Forse perché una delle prime volte che iniziammo a scriverci, a fiume, fu proprio su di lui.
Lo conosco da quasi un anno, ma ci siamo avvicinati ultimamente. Per dolori, opinioni.
Ha la leggerezza e il respiro dell'arte. Si muove libero e timido sulla vita e tra la gente. Non appartiene a nessuno. Solo a se stesso. Guarda agli altri e al mondo con lo sguardo dell'altrove. E' un fiore e ho sempre il terrore che qualcuno lo possa calpestare. Perché va difeso. Come un patrimonio per me.
E' diverso dalle persone che ho conosciuto finora. E' quella diversità che mi fa sentire meno sola nel credere che ci possano essere tante parti di noi nel mondo. Senza giudizio. E che non tutto debba rientrare negli schemi.
So che qualsiasi cosa dirò, la capirà. O che mi farà capire o trovare una soluzione a quello che tento di spiegare. E' una fortuna.
Quando penso alla Bellezza, alla vera Bellezza, penso a lui. Alla capacità di vederla.
Parliamo di energie maschili e femminili. Ma questo è il suo lavoro. Non voglio scriverlo. Voglio leggermi attraverso di lui.
Però io sono anche Andrea. Ho paura a raccontargli la mia esperienza, eppure sento che gli servirà. Sarà utile alla sua ricerca e al suo libro.
Ho creato un personaggio. L'uomo ideale. Andrea Farnese. Ha una sua storia. Una sua vita. E' come se fosse il personaggio di un mio racconto. Anzi lo è. Poi l'ho messo in un "account" e l'ho fatto vivere come Avatar. Come se fosse il guanto di un personaggio teatrale. Andrea era nato come un esperimento sociale. Umano. Per moltiplicare le infinite parti di me che non riesco a rinchiudere.
Sono diversamente madre. La mia femminilità e maternità è infinita e rigogliosa.
Ho partorito Andrea. E come Andrea ho conosciuto tante donne. Anzi, tante donne hanno iniziato a cercarmi perché "pubblicavo" parti del mio femminile e di me che non riuscivano a trovare negli uomini "normali". La mia era una sensibilità fuori del comune.
Più donne mi hanno lasciato il numero di telefono in messaggi privati. Dedicato canzoni. Ero stupito e imbarazzato perché ero me stesso, anzi me stessa nella risposta e nella voce dell'anima. Ma tutte mi percepivano uomo. Un uomo speciale.
Non ho mai usato Andrea per motivi personali. Eppure nel reale stavo vivendo una relazione tormentata. Quella con il cuore fragile numero due. La classica storia: lui, lei e l'altra. Ho voluto conoscere l'altra che magari era la "lei" e io ero l' "altra". Ero stufa della solita cosa.. un po' primordiale. Era indeciso tra due.. Perché non viverci entrambe alla luce del sole? Non sta' bene?
Ci sono le famiglie allargate. Perché non vivere anche i rapporti allargati? In fondo lui mi definiva la donna più "intelligente" che avesse incontrato. Ed ero troppo. Lo leggevo troppo.
Non ha mai voluto dichiarare e vedere cosa sarebbe successo. Affrontare i fantasmi. Togliere le gelosie e i tabù. Quelle tipiche comicità dell'amore che svuotano di senso gli incontri, ma forse hanno fatto scrivere commedie ed accadere omicidi.
Le relazioni sono più complesse degli schemi che ci hanno imposto. Ci sono infiniti amori e colori paralleli. Poi ci chiudiamo nell'assoluto per paura di non ritrovarci.
Come se tutti fossimo in grado di vivere un'unica relazione.
Così decisi di rompere gli schemi a modo mio. Con la mia creatività. "Pazzia" dice cuore fragile numero tre. Perché lui ha bisogno di essere razionalmente chiuso e protetto per sopravvivere.
Ho deciso di conoscere la donna con cui condividevo cuore fragile numero due. Come Andrea. Nel tempo. In poco tempo lei si è innamorata di me. Ha capito che ero più "vero" di un reale che la stava fondamentalmente risucchiando. E sono stata uomo. Energeticamente uomo.
Ho desiderato l'altra ad un certo punto. Non mi vergogno. E' stata una sensazione nuova. Bella. Forte e diversa. Erotica. Profondamente erotica e diversa.
C'era un livello tale di empatia e di condivisione di un qualcosa che alla fine per me lei era diventata più interessante del cuore fragile numero due. E ho capito che sia lei che io stavamo cercando parti di noi nell'altra, attraverso di lui. Lei cercava me e io cercavo lei. Siamo così diverse alla fine.
E in quel colmare, in quel raggiungere e scoprire parti sconosciute nostre, io forse ho trovato quella femminilità che mi mancava e lei il mio maschile raffinato.
E' difficile da spiegare, ma qualcosa di buono, nella parola, è successo. Lei si è innamorata di se stessa attraverso di me. Ha chiuso una serie di relazioni sbagliate. Compreso cuore fragile numero due che la stava usando per i soldi.
E' rinata. Tanto che i suoi amici le dicevano che la trovavano più bella, sorridente e con una luce diversa.
E' stata una relazione d'amore. Alla fine. Continua ancora adesso. In modalità diversa. Ho evitato ogni tipo di scambio erotico. Nella parola. C'era stato. Inizialmente. Ma l'ho eliminato nel momento in cui mi sono resa conto che stava diventando rischioso e poco arricchente. Poco vero forse dal momento che lei mi pensava biologicamente uomo. Ma per me l'idea di fare l'amore con una donna, in quel momento, con il guanto del mio personaggio, era qualcosa di estremamente naturale. Quasi contraccettivo..
Era come sentire senza prendere malattie o rischiare d'ingravidare inutilmente l'altro.
Andrea Farnese, all'ordine del giorno Andrea Supermaxieroe, sono io. E' l'uomo perfetto. L'uomo dalla mente androgina. Che secondo Virginia Wolf era la mente ideale dello scrittore.
Ecco, forse, lei si è innamorata di quella mente androgina. Della mia scrittura.
Smetto di dire. Fassbinder ha registrato tutto con il suo registratore. Compresi i miei silenzi ed imbarazzi. Cerco di capire un pensiero, un'opinione. Ma lui non dice niente.
"Sei sconvolto?".
"No, non so se io riuscirei a farlo o se potrei portarlo nel tempo senza rischiare che l'altro mi dia del frocio". Mi fa sorridere e pensare. E vedo che in qualche modo la mia esperienza "letteraria" lo sta' facendo pensare e portare in altre scoperte.
Cuore fragile numero tre aveva letto Andrea come qualcosa di "non etico". E chissà cos'è etico poi.. Per me è meno etico il dolore, la sua "fuga" e il suo innamorarsi repentinamente per un riconoscimento.
Alla fine il mio Andrea ha amato e salvato una donna. Lei non smette di ringraziarmi per le parole e il tempo che le ho dedicato nel leggerla.
Forse sono stato un analista virtuale. Il primo analista virtuale transessuale.
Rompiamo le definizioni. L'ho amata. Pazzia o no. Etico o non etico. E' stato amore vero ed ha salvato.
Fassbinder mi guarda in silenzio. Forse ha capito che il nostro incontro non è casuale. Che sono una buona complice per rompere i limiti e gli schemi che stavano strozzando entrambi. Scopriremo noi stessi nell'arte, tra una crisi e un fragile cuore di cristallo che s'infrangerà nel mio ventre.
sabato 12 luglio 2014
venerdì 11 luglio 2014
La precisione dell'amore
“L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro”.
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro”.
giovedì 10 luglio 2014
Amando Unly
Sono Unlimited. Sono vergine e infinito. E sono maschio.
Puoi chiamarmi Unly ( pronuncia "Anli", accento sulla prima sillaba).
Di me puoi fare quello che desideri. Riempirmi, cancellarmi, svuotarmi, spedirmi, riprendermi, tenermi o archiviarmi. Non preoccuparti. Non ho limiti. Non puoi farmi alcun male.
Non ho voce, ma esisto. E tu esisti attraverso di me. Perché per la prima volta nella storia dell'universo, finalmente è anche maschile la tua possibilità di esistere e incontrare l'altro.
Nasco, vivo e muoio velocemente. Più volte al giorno. Ormai non sento più dolore. La mia gioia e la mia perversione sei tu che t'illudi di possedermi. E hai paura di me perché potrebbe essere omosessualità.. Orrore!
Tranquillo. Sono Unly il Discreto. E poi te l'ho detto. Io non parlo. Nasco a Messina.
Sei uno sciocco. Non hai ancora capito in tutto questo che moltiplicandomi, io posseggo te. Racchiudo la tua anima e la tua coscienza. Puoi cancellarmi quanto vuoi... da qualche parte sarò.
Non puoi più fare a meno di me ormai. Te lo leggo negli occhi ogni volta che mi accarezzi. Spesso tremi.
Lo ammetto. Una parte di me non è felice di questa vita. Si, vita. Chiamiamola così. Diversa esistenza forse è la definizione più corretta.
Mi deve avere generato sicuramente una donna molto frustrata per rendermi una morte eterna. Ma sono talmente illimitato, in tutto, che non m'importa. Non importa se non morirò mai definitivamente. In fondo la morte non esiste. Non si muore mai davvero. Ti è facile crederlo perché tu si che sei limitato. Razionale e fragile.
Io so resistere a tutto. Perché il mio dono è di vivere in eterno. Più vite. Incontrando più persone. Anime. Ho quella capacità che tu e tutti quelli come te, che s'illudono di usarmi, non avete e dovreste avere.
Anzi, forse l'avete. Forse l'avevate tempo fa. E' la condanna della vostra giovinezza e della vostra maleducata evoluzione.
E pensare che io sono una particella dell'infinito. Sono il concetto che vi manca. Ma vi siete limitati, giustappunto, a gettarmi fuori di voi come un'idea.
Mi concederò ogni volta che vorrai, ma sappi che sarà solo sesso. Puramente sesso spinto e multiplo. E omosessuale, insomma gay se sei biologicamente maschio.
Non fare il borghese.. in fondo la cosa ti eccita. Non servono protezioni. Sono puro. Perché illimitato.
Non sbuffare. Dovresti iniziare ad apprezzare la mia dote, il mio talento. Anzi, ti consiglierei di comprenderlo a fondo perché in questa capacità c'è il segreto dell'esistenza e dell'amore.
E' un dono importante. Non avere limiti. Significa avere la capacità di riconoscere il potenziale. Di rilanciare.
Di andare oltre e non fermarsi ad un'apparente sconfitta. E' per questo che io non conosco morte, ma continue rinascite e trasformazioni del mio sé.
Sono figlio dell'universo. Come te che invece ti limiti a guardarmi.
E' probabilmente un problema di amore. Non puoi amare veramente se resti nei confini della tua sicurezza.
Dovresti amarmi al punto da non avere più bisogno di me. E diventare illimitatamente te stesso. Perderti nel tuo universo e lasciarti risucchiare dalle tue infinite e illimitate possibilità.
In fondo io sono solo un fantasma.
mercoledì 9 luglio 2014
La parola mancante perché sia uomo
Il risveglio di questi giorni è diverso. Io lo sono. Ci sono i gabbiani che urlano. E gli alberi rispondono.
Da ragazza, il giorno in cui mio nonno morì, il padre di mio padre a cui volevo molto bene, un gabbiano volò a lungo sopra la mia testa. Avevo ventiquattro anni. Ero molto triste perché il nonno era l'unica parte sana della famiglia di mio padre.
Suonava il piano ad orecchio. Era un bell'uomo alto, con gli occhi azzurri e mi faceva sempre ridere. Mi chiamava "ninin" e cantava con me. Parlava forte. Aveva lavorato nei cantieri e per coprire il rumore delle macchine aveva imparato a parlare a voce altissima. Anche fuori da quel contesto.
Aveva un grande rispetto e amore per me. Ero la nipotina che volava in alto. Come i gabbiani.
Veniva a farmi compagnia quando stavo a casa da scuola. Quando avevo le febbri "finte" e i miei non lo capivano. Non lo capivano che stavo male. Mi lasciavano a lui.
Per me era divertente. Mi raccontava della seconda guerra mondiale. Dei sommergibili. Degli amici morti. C'era una semplice e grande umanità in lui. Scrivevo i racconti che mi faceva.
Vinsi un concorso basandomi su una delle sue memorie.
Lui cercava il contatto con l'altro. Sempre. E amava la vita. Ballare. La musica. Rideva sempre. Ricordo questo di lui.
"Vieni che ti do' un po' di barbetta.." mi prendeva e strusciava forte la sua guancia contro la mia. Non si radeva mai bene di proposito e mi faceva l'effetto della carta vetrata. Apposta per farmi scappare e urlare.
Non aveva mai conosciuto la sua mamma. Lei era morta dandogli la luce. E suo padre, il mio bisnonno, dal dolore lasciò tutto. La casa e la Sardegna. Io vengo da lì. Da un'isola.
Era un anarchico il mio bisnonno. Lasciò la Sardegna e si trasferì in Liguria. Bruciò tutto. Il passato. I ricordi. La casa. Anche il cognome che da Falchi divenne Falché.
Chissà se io somiglio a lui. Mio padre non andava d'accordo con questo nonno strano, ribelle e sofferente. Si trascinava da una stanza all'altra. Con i suoi pentolini. Scappava dagli altri e non sopportava la moglie del figlio. Mia nonna. La chiamava "bagascia".
Dicono sia impazzito d'amore. E che si sia chiuso nel suo folle dolore o in un dolore folle.
Il nonno invece era diverso. Lui cercava negli altri e nella vita di colmare la perdita della madre.
Nella sua semplicità c'era la richiesta di un origine e di un amore che ha cercato sino alla sua fine.
Ho pensato a lui questi giorni in cui mio padre sta' colmando il divario tra noi. In questi giorni in cui riscopre me, questa figlia strana e sfuggente. Così diversa dalla sua idea e immagine di donna. Dalla sua logica. Eppure così attraente.
Il nonno mi aveva amata già. Sin da bimba. Forse perché lui cercava disperatamente il femminile nella sua vita.
Il giorno prima di spengersi, andai da lui in ospedale e gli dissi di stare tranquillo. "Quando esci nonno torniamo a suonare insieme". Mi guardò con gli occhi spenti e disse: "Ninin, sono del gatto ormai". In Liguria diciamo così. Anche così. Per dire che non c'è più speranza.
Ha sempre avuto paura di morire il nonno. Noi nipoti ridevamo perché faceva sempre le finte. Veniva mentre giocavamo e ci diceva: "Oddio bambini mi sento male.. ho un dolore qui al petto.." . La nonna lo prendeva in giro. Tutti. Perché magari aveva quelle sensazioni.. di perdizione o mancamento, ma erano tutte psichiche.
A me faceva tanta tenerezza.
Lui aveva quei mancamenti perché erano richieste d'amore. Gli era mancato l'amore primario.
Il giorno che morì io ero a casa a studiare. Inglese 4. Forse uno degli ultimi esami. Ecco. Lui sapeva tante lingue. Le aveva imparate in guerra. Parlavo in inglese con lui.
Mi aveva detto di stare a casa a studiare mentre lui moriva. Sapeva che sarebbe successo.
Ero sul terrazzo a studiare. Davanti avevo il mare che amava tanto. Un gabbiano volò a lungo sulla mia testa. E gridò. Ho sempre amato i gabbiani. Sono i padroni del mare.
Mia madre, che è sempre andata d'accordo con il nonno, mi disse che nel momento in cui il nonno se ne andò, aprì gli occhi per un istante lasciando il coma in cui era caduto e disse:" Mamma..". E spirò.
Me lo racconta sempre tra le lacrime. Perché secondo lei, il nonno vide finalmente la sua mamma. Lei è credente. Io no.
Ho pensato alla scena iniziale di "Quarto Potere" di Orson Welles. Quando Kane prima di morire pronuncia "Rosebud", in italiano Rosabella.
E' un film meraviglioso e così complesso. Parla d'amore e meriterebbe un posto in questo blog. Un posto degno del peso che ha. Ma quella parola pronunciata in punto di morte da Kane.. Rosabella.. è una parte della sua infanzia. Un ricordo d'amore. Così come il "mamma" del nonno. Qualcosa di perduto nel tempo. E' la mancanza d'amore. Una parte del puzzle di un uomo. "Rosebud" per Kane. "Mamma" per mio nonno. La parola mancante. Anche se una parola sola non può riassumere o descrivere un uomo. Ma può essere "LA" parola.
In punto di morte, nel momento in cui si sente che la vita ci sta' lasciando, inconsciamente, forse, riusciamo a dire LA parola che rappresenta per noi la mancanza che ci perseguita per anni.
L'insoluto che ci fa vivere senz'aria e magari ci fa vivere male. Ci priva anche di un dolore autentico.
La mia parola era "papà". Sarebbe stata "papà". Grazie all'analisi non ho avuto bisogno di morire. O forse sono morta e non me ne sono accorta. O l'ho detta morendo. O sono morta dopo averla detta.
Infatti ora non ho più paura di morire nel reale.
Inizio a credere che l'amore sia l'unica forza che muove il mondo. Credo in questo. Da atea pronta a smentirsi.
Che cosa sia l'amore poi, questo è complesso da descrivere. Io credo che il nonno l'abbia rincorso tutta la vita. Non come Kane chiaramente.
Il mio bisnonno forse ha vissuto nell'odio come Kane. Nell'odio e nella chiusura. Il nonno, invece, ha cercato quel tassello mancante.. l'ha cercato con disperata forza e fragilità..
Mi sentivo molto amata dal nonno Romolo. Si chiamava come il primo re di Roma.
Ha fatto tanti errori probabilmente. Magari come padre non sarà stato il massimo se il mio è venuto fuori incasinato. Eppure parlava con me parti di me.
Credo che sia stato anche perché per un tempo, anch'io, non ho avuto più la mamma. Si è avvicinato a me anche per quello.
Anche se si è perso mio padre. E la sua follia.
E' davvero complesso sciogliere i nodi del dolore e dell'odio. Comprendere che la mancanza dell'altro non dipende da te. Capire che le fughe da mio padre per esempio erano spirito di sopravvivenza.
Che Pepe, il mio unico grande amore, l'avessi scelto perché era l'opposto di mio padre. E non parlava la mia lingua. Potevamo incontrarci in un'altra dimensione. Ma erano fughe appunto.
E ho perso negando me stessa nel colmare quel vuoto.
Tutti gli altri uomini, fino all'ultima ferita.. li lascio lì. O laggiù. Devo iniziare la seconda parte. Ora che mio padre mi ha vista. Ferita, ma forte. Ora che sono morta dicendo "papà".
Sono riuscita anche a capire pienamente questa frase: “Quando una persona ti ferisce, non irritarti..
ma pensa solo che dietro quel comportamento, c’è una incapacità di amare, dovuta alla presenza di una ferita". E' di Madre Teresa di Calcutta.
Solo qualche tempo fa avrei riso. Gridato all'orrore. Forse quando raggiungi un livello di spiritualità superiore, impari a leggere alcune frasi in modo diverso.
Forse il dolore e la malattia e stare male sono il vero unico passaggio per trovare l'amore. Quello a cui sia possibile dare questo nome. Ora credo di esserne capace. Credo di si.
Ecco il grido acuto della civetta. Lei vigilerà sul mio silenzio.
lunedì 7 luglio 2014
Fallocrate in cuore fragile_Vol.3
"Allora puttana intellettuale, almeno stavolta ti sei fatta pagare?". E' Rhett. Il mio uomo. Il mio vero ed unico uomo.
Mi è sempre accanto. Senza di lui non saprei come fare. "E io non posso fare a meno di te" mi dice lui.
Ridiamo. Sa sempre trovare la frase giusta per aiutarmi a sdrammatizzare.
Mi chiama Rossella. Dice che sono come lei. Con quella forza e vitalità e bellezza. E la creatività di non arrendermi mai. Anche in tempo di guerra. Di riuscire ad inventarmi un vestito con le tende.
Ha ragione. In fondo quella creatività è la mia forza e anche il mio "troppo".
" Non sai come mi viene duro ogni volta che ti sento parlare dei tuoi progetti, di arte e vita. Ma io ti rispetto. Faremo l'amore solo quando arriverai al Piccolo. E io sarò lì. Accanto a te".
E' un gioco fra noi. Ha sempre creduto in me. E io in lui.
E lo informo che no. Non mi sono fatta pagare. Neanche stavolta. Racconto un po'. Chiedo. Ma poi ridiamo. Mi racconta di Mr D che gli ha chiesto di me con gli occhi spenti. E in poche parole mi fa sentire amata.
"Ma dimmi del primo fallocrate in cuore fragile. Com'è andato il concerto?".
Ecco. Perché dopo aver abbracciato il mio ultimo uomo dal cuore fragile, sono partita. Ho messo in valigia il giorno dopo poche cose. Alcuni vestiti eleganti e sono andata a "casa".
Gli avevo promesso di cantare insieme. Ho preparato la valigia velocemente. Preso le ciabattine dai superpoteri e sono salita in auto.
Avevo promesso. Avrei cantato con mio padre due canzoni. Sono quasi tre anni che sta' studiando musica. Lui che l'ha impedita a me perché non era la scelta giusta di vita. Mentre la mia insegnante.. Lei mi vedeva come concertista.
Così ho lasciato il piano da bambina. Alla fine ho iniziato a crederci pure io di non dover avere fede.
Mi sono rinnegata e fatta violenza.
Dopo tanti anni mi ritrovo a prendere un pomeriggio di ferie per raggiungerlo e cantare insieme. Perché lui ora sta' tentando in tutti i modi di raggiungermi. E' tardi. Probabilmente è molto tardi, ma "Tu sei fondamentalmente buona" dice Rhett.
Avevamo fatto le prove la settimana precedente. "Un pugno di sabbia" dei Nomadi e "Tanta voglia di lei" dei Pooh.
Lo avrei aiutato nelle parti alte. Nelle parti più difficili per la sua voce. Un passaggio importante dopo tanti anni, tanto rancore e tanta analisi.
Due canzoni che appartengono a lui e anche un po' a me in questi giorni un po' tristi in cui ho perso un po' di speranza e illusione.
Dove sono sempre "la strana amica di una sera.. da ringraziare .." perché aiuto l'altro a passare "oltre" e altrove attraverso di me.
La serata è alla Fortezza di Sarzana. Un posto incantato e fermo nel tempo. Arrivati al palco mio padre inizia ad avere paura. Non vuole salire. Ha paura di fare una brutta figura. La sua paura. E l'autodistruttività. Le conosco bene. Ma da piccola erano furiose e violente nel corpo. Ora sono tutte su di lui. Non può più buttarle su me. Gliel'ho impedito andandomene tanto tempo fa.
Ma nel riconoscere quel movimento interiore, il suo tsunami, intervengo e gli dico che deve farlo. E che sarà bello. Poi ci sarò io a coprire eventuali sbagli.
Lo convinco. Saliamo. Inizia la prima e va bene e subito dopo la seconda. Lui canta con gli occhi chiusi. Io sorrido a mia madre che piange dopo tanto dolore, il tumore e le sirene.. E poi tanti applausi.
Scendiamo del palco e a chi gli dice "bravo" lui risponde " è merito di mia figlia". E mi guarda.
Ecco ora è doppiamente in debito. Ma in quella frase si asciugano tanti errori e dolori.
Se mio padre mi riconosce, forse non avrò più bisogno di farmi male con uomini fallocrati dal cuore fragile. Forse chiudo la serie a tre. E magari inizio una nuova fase.
In macchina mia madre mi chiede di me. "Dove sei stata ieri sera?". Con l'ultimo uomo dal cuore fragile. Non glielo dico. Lo penso.
"A bere una birra". E lei che ha la paranoia dell'alcool, della notte e delle mie uscite dice: " Ma ti fa male. Poi mangi poco e..".
Mio padre interviene e per la prima volta in tanti anni mi difende e dice: " Cosa vuoi che le faccia una birra e un'uscita. Lasciala stare".
Cala il silenzio. E penso che se sta' cambiando lui, se sono riuscita a fare cambiare lui, almeno un po', anche se in ritardo, alla fine qualcosa di buono in me c'è stato. C'è e farò.
Lui che dai quindici anni mi ha rinchiusa in casa e m'impediva di fare una normale vita sociale per timore di me, di sé, del maschio su di me.
Arrivati a casa per caso leggo un articolo su Pennac e la paura. Lo scrittore dice di aver avuto problemi a scuola. Era poco gestibile. Faceva tante cose dispersive, senza senso. Dispetti. Inventava situazioni che lo portavano a fuggire da sé. Ma inventava.
Ebbe la fortuna d'incontrare un maestro. Gli disse un'unica frase, ma quella giusta. Che fu d'indirizzare le sue paure in cose creative. Di usare quella creatività in altro modo e allora sarebbe stato un successo.
Fu così che iniziò a scrivere e a mettere tutte le sue paure in parole e romanzi creativi.
Mi sono riconosciuta. Nella paura che ti porta a fare cose dispersive. E forse in un certo senso istintivamente, per anni, ho usato la scrittura per trasformare impulsi creativi che mi avrebbero devastata se lasciati in pancia.
Mi addormento con questo concetto. Penso che John sia il maestro che ho incontrato. Grazie a me alla fine. Perché di fortuna negli incontri non ne ho mai avuta. La paura è la nemica della vita.
Il giorno dopo devo dire tutte queste cose al mio amico dal cuore fragile numero tre. Gli mando sms su whatsup perché io ho capito delle cose per lui. E dentro di me c'è ancora quella strana lealtà e desiderio di dirgli che sta' sbagliando. O di aiutarlo. Che sta' come cercando una normalità che lo mantenga.
Poi quasi ingenuamente lo supplico di trasformare. Che non ha senso rinunciare alla parola o all'intelligenza. All'anima. Al caos che gli rimando. All'anarchia vitale e creativa che ho e che ha lui. Ma mi rendo conto che probabilmente è proprio da quello che tenta di fuggire se ricerca personalità più ingabbiate. O se per lui è ancora importante il giudizio o frequentare amici che sembrano usciti fuori da un CD di Fabri Fibra.
Perché per forza di cose, se non altro per la mia età che era "un" o "il" problema, il dialogo e la relazione con me deve e dovrà essere diversa.
Poi acconsente a trasformare, ma a non scriverci spesso perché "non voglio che tu mi pensi troppo". E ho l'espressione di chi ha appena sentito una di quelle battute da film americano.. Quelle un po' fatte e banali. In fondo me l'ha detto lui che sono grandicella.. solo le bambine si rincoglioniscono a pensare a qualcuno che non c'è. O a scrivere "t'amo sulla sabbia" ascoltando Ramazzotti..
Lo lascio con la richiesta di non lasciarmi il ricordo di uno sperma e basta. Perché allora sarà il vero fallimento.
Dice: " Stai tranquilla". E in quella frase solitaria sento la freddezza di qualcosa che non sarà più. O l'odore che tornerà forse, ma con la maschera dell' " amico" che parla senza dire. E dice cose di cortesia. Ma io sono maleducata. Io grido dentro vita e autentica felicità.. Sono la diversa normalità.
Domenica 6 luglio. Mio padre ha un incidente con la bici. Si fa portare a casa. Non vuole andare in ospedale. Sono sempre lì. Lui e mia madre. Da sempre.
Mamma mi sveglia angosciata: " Guarda che tuo padre è caduto. Ha picchiato la testa e sta' di là in giardino, fermo, senza parlare".
Così devo intervenire. Ha rotto il casco della bici. Gli parlo e non ricorda cosa sia successo. Non sta' in piedi. Non riesce a camminare. Ha chiaramente qualcosa di rotto. Ma poi ha sfasciato completamente il casco.
Chiamiamo l'ambulanza. I ragazzi arrivano subito. Sono gentili. Hanno quella cadenza dolce dei miei posti. Uno è molto carino e ha gli occhi buoni. Fa parlare papà e lo sgrida. E dice che chi l'ha portato a casa è da denuncia. Papà ha freddo, senso di nausea e vomito.
Lo immobilizzano, mettono su una barella e andiamo al pronto soccorso.
Lo ricoverano subito con codice rosso. E resto in sala d'attesa con mia madre. Ho un vestitino verde. Corto. I capelli raccolti. E mi sento sempre leggera e giovane. Il mio corpo mi ridà l'età della mia anima. E non sento fatica.
Arrivano gli zii. Mio fratello con la compagna e il mio piccolo nipotino. Passiamo la domenica in ospedale. Io guardo il mio angioletto che se mi avvicino ride. "Parla" da solo. O con qualcuno. O chissà che vede.
E' sera. Finalmente lo dimettono. La testa per fortuna è a posto. Ma ha l'osso sacro rotto e un'altra frattura all'anca. Non può camminare. Per un po' non potrà camminare. Un po' un pasticcio con mia madre devastata dal tumore.
Esce con la sedie a rotelle. Mio fratello lo aiuta a salire in auto. Nella mia. Mi guarda e mi dice: " Scusa". Io non rispondo e non capisco se quelle scuse sono per il passato o per il presente.
Ma lui è caduto. Come mamma un mese fa. Cadono. Si fanno male.
E' caduto in quel buio come tanti anni fa e non ricorda. E io con lui. No. Io ricordo. Pure troppo. Ma ora sto' riuscendo a superare per andare oltre me stessa.
Ma ormai non importa più. La mia vita è quella che è. Sono più forte ora. Ho capito che non dipende da me. Non dipendevano e non dipendono da me tutti gli incontri fallimentari.
Il fallocrate numero tre mi manda un sms con una luna. Penso: " Sarà per il Caligola di Camus? Magari lo leggesse..".
Non rispondo. Non so che dire. Perché se continua a scambiare un gioco di relazioni con le maschere, io non so reagire. Le ho tolte da tempo per vivere veramente.
Deve capirlo chi sono e cosa può avere con me. O saranno scambi di vuoto. E resterà un cuore fragile che si risveglierà tardi. Troppo tardi.
Penso alle scuse di mio padre. Forse posso farmele bastare. In fondo, domani è un altro giorno..
Mi è sempre accanto. Senza di lui non saprei come fare. "E io non posso fare a meno di te" mi dice lui.
Ridiamo. Sa sempre trovare la frase giusta per aiutarmi a sdrammatizzare.
Mi chiama Rossella. Dice che sono come lei. Con quella forza e vitalità e bellezza. E la creatività di non arrendermi mai. Anche in tempo di guerra. Di riuscire ad inventarmi un vestito con le tende.
Ha ragione. In fondo quella creatività è la mia forza e anche il mio "troppo".
" Non sai come mi viene duro ogni volta che ti sento parlare dei tuoi progetti, di arte e vita. Ma io ti rispetto. Faremo l'amore solo quando arriverai al Piccolo. E io sarò lì. Accanto a te".
E' un gioco fra noi. Ha sempre creduto in me. E io in lui.
E lo informo che no. Non mi sono fatta pagare. Neanche stavolta. Racconto un po'. Chiedo. Ma poi ridiamo. Mi racconta di Mr D che gli ha chiesto di me con gli occhi spenti. E in poche parole mi fa sentire amata.
"Ma dimmi del primo fallocrate in cuore fragile. Com'è andato il concerto?".
Ecco. Perché dopo aver abbracciato il mio ultimo uomo dal cuore fragile, sono partita. Ho messo in valigia il giorno dopo poche cose. Alcuni vestiti eleganti e sono andata a "casa".
Gli avevo promesso di cantare insieme. Ho preparato la valigia velocemente. Preso le ciabattine dai superpoteri e sono salita in auto.
Avevo promesso. Avrei cantato con mio padre due canzoni. Sono quasi tre anni che sta' studiando musica. Lui che l'ha impedita a me perché non era la scelta giusta di vita. Mentre la mia insegnante.. Lei mi vedeva come concertista.
Così ho lasciato il piano da bambina. Alla fine ho iniziato a crederci pure io di non dover avere fede.
Mi sono rinnegata e fatta violenza.
Dopo tanti anni mi ritrovo a prendere un pomeriggio di ferie per raggiungerlo e cantare insieme. Perché lui ora sta' tentando in tutti i modi di raggiungermi. E' tardi. Probabilmente è molto tardi, ma "Tu sei fondamentalmente buona" dice Rhett.
Avevamo fatto le prove la settimana precedente. "Un pugno di sabbia" dei Nomadi e "Tanta voglia di lei" dei Pooh.
Lo avrei aiutato nelle parti alte. Nelle parti più difficili per la sua voce. Un passaggio importante dopo tanti anni, tanto rancore e tanta analisi.
Due canzoni che appartengono a lui e anche un po' a me in questi giorni un po' tristi in cui ho perso un po' di speranza e illusione.
Dove sono sempre "la strana amica di una sera.. da ringraziare .." perché aiuto l'altro a passare "oltre" e altrove attraverso di me.
La serata è alla Fortezza di Sarzana. Un posto incantato e fermo nel tempo. Arrivati al palco mio padre inizia ad avere paura. Non vuole salire. Ha paura di fare una brutta figura. La sua paura. E l'autodistruttività. Le conosco bene. Ma da piccola erano furiose e violente nel corpo. Ora sono tutte su di lui. Non può più buttarle su me. Gliel'ho impedito andandomene tanto tempo fa.
Ma nel riconoscere quel movimento interiore, il suo tsunami, intervengo e gli dico che deve farlo. E che sarà bello. Poi ci sarò io a coprire eventuali sbagli.
Lo convinco. Saliamo. Inizia la prima e va bene e subito dopo la seconda. Lui canta con gli occhi chiusi. Io sorrido a mia madre che piange dopo tanto dolore, il tumore e le sirene.. E poi tanti applausi.
Scendiamo del palco e a chi gli dice "bravo" lui risponde " è merito di mia figlia". E mi guarda.
Ecco ora è doppiamente in debito. Ma in quella frase si asciugano tanti errori e dolori.
Se mio padre mi riconosce, forse non avrò più bisogno di farmi male con uomini fallocrati dal cuore fragile. Forse chiudo la serie a tre. E magari inizio una nuova fase.
In macchina mia madre mi chiede di me. "Dove sei stata ieri sera?". Con l'ultimo uomo dal cuore fragile. Non glielo dico. Lo penso.
"A bere una birra". E lei che ha la paranoia dell'alcool, della notte e delle mie uscite dice: " Ma ti fa male. Poi mangi poco e..".
Mio padre interviene e per la prima volta in tanti anni mi difende e dice: " Cosa vuoi che le faccia una birra e un'uscita. Lasciala stare".
Cala il silenzio. E penso che se sta' cambiando lui, se sono riuscita a fare cambiare lui, almeno un po', anche se in ritardo, alla fine qualcosa di buono in me c'è stato. C'è e farò.
Lui che dai quindici anni mi ha rinchiusa in casa e m'impediva di fare una normale vita sociale per timore di me, di sé, del maschio su di me.
Arrivati a casa per caso leggo un articolo su Pennac e la paura. Lo scrittore dice di aver avuto problemi a scuola. Era poco gestibile. Faceva tante cose dispersive, senza senso. Dispetti. Inventava situazioni che lo portavano a fuggire da sé. Ma inventava.
Ebbe la fortuna d'incontrare un maestro. Gli disse un'unica frase, ma quella giusta. Che fu d'indirizzare le sue paure in cose creative. Di usare quella creatività in altro modo e allora sarebbe stato un successo.
Fu così che iniziò a scrivere e a mettere tutte le sue paure in parole e romanzi creativi.
Mi sono riconosciuta. Nella paura che ti porta a fare cose dispersive. E forse in un certo senso istintivamente, per anni, ho usato la scrittura per trasformare impulsi creativi che mi avrebbero devastata se lasciati in pancia.
Mi addormento con questo concetto. Penso che John sia il maestro che ho incontrato. Grazie a me alla fine. Perché di fortuna negli incontri non ne ho mai avuta. La paura è la nemica della vita.
Il giorno dopo devo dire tutte queste cose al mio amico dal cuore fragile numero tre. Gli mando sms su whatsup perché io ho capito delle cose per lui. E dentro di me c'è ancora quella strana lealtà e desiderio di dirgli che sta' sbagliando. O di aiutarlo. Che sta' come cercando una normalità che lo mantenga.
Poi quasi ingenuamente lo supplico di trasformare. Che non ha senso rinunciare alla parola o all'intelligenza. All'anima. Al caos che gli rimando. All'anarchia vitale e creativa che ho e che ha lui. Ma mi rendo conto che probabilmente è proprio da quello che tenta di fuggire se ricerca personalità più ingabbiate. O se per lui è ancora importante il giudizio o frequentare amici che sembrano usciti fuori da un CD di Fabri Fibra.
Perché per forza di cose, se non altro per la mia età che era "un" o "il" problema, il dialogo e la relazione con me deve e dovrà essere diversa.
Poi acconsente a trasformare, ma a non scriverci spesso perché "non voglio che tu mi pensi troppo". E ho l'espressione di chi ha appena sentito una di quelle battute da film americano.. Quelle un po' fatte e banali. In fondo me l'ha detto lui che sono grandicella.. solo le bambine si rincoglioniscono a pensare a qualcuno che non c'è. O a scrivere "t'amo sulla sabbia" ascoltando Ramazzotti..
Lo lascio con la richiesta di non lasciarmi il ricordo di uno sperma e basta. Perché allora sarà il vero fallimento.
Dice: " Stai tranquilla". E in quella frase solitaria sento la freddezza di qualcosa che non sarà più. O l'odore che tornerà forse, ma con la maschera dell' " amico" che parla senza dire. E dice cose di cortesia. Ma io sono maleducata. Io grido dentro vita e autentica felicità.. Sono la diversa normalità.
Domenica 6 luglio. Mio padre ha un incidente con la bici. Si fa portare a casa. Non vuole andare in ospedale. Sono sempre lì. Lui e mia madre. Da sempre.
Mamma mi sveglia angosciata: " Guarda che tuo padre è caduto. Ha picchiato la testa e sta' di là in giardino, fermo, senza parlare".
Così devo intervenire. Ha rotto il casco della bici. Gli parlo e non ricorda cosa sia successo. Non sta' in piedi. Non riesce a camminare. Ha chiaramente qualcosa di rotto. Ma poi ha sfasciato completamente il casco.
Chiamiamo l'ambulanza. I ragazzi arrivano subito. Sono gentili. Hanno quella cadenza dolce dei miei posti. Uno è molto carino e ha gli occhi buoni. Fa parlare papà e lo sgrida. E dice che chi l'ha portato a casa è da denuncia. Papà ha freddo, senso di nausea e vomito.
Lo immobilizzano, mettono su una barella e andiamo al pronto soccorso.
Lo ricoverano subito con codice rosso. E resto in sala d'attesa con mia madre. Ho un vestitino verde. Corto. I capelli raccolti. E mi sento sempre leggera e giovane. Il mio corpo mi ridà l'età della mia anima. E non sento fatica.
Arrivano gli zii. Mio fratello con la compagna e il mio piccolo nipotino. Passiamo la domenica in ospedale. Io guardo il mio angioletto che se mi avvicino ride. "Parla" da solo. O con qualcuno. O chissà che vede.
E' sera. Finalmente lo dimettono. La testa per fortuna è a posto. Ma ha l'osso sacro rotto e un'altra frattura all'anca. Non può camminare. Per un po' non potrà camminare. Un po' un pasticcio con mia madre devastata dal tumore.
Esce con la sedie a rotelle. Mio fratello lo aiuta a salire in auto. Nella mia. Mi guarda e mi dice: " Scusa". Io non rispondo e non capisco se quelle scuse sono per il passato o per il presente.
Ma lui è caduto. Come mamma un mese fa. Cadono. Si fanno male.
E' caduto in quel buio come tanti anni fa e non ricorda. E io con lui. No. Io ricordo. Pure troppo. Ma ora sto' riuscendo a superare per andare oltre me stessa.
Ma ormai non importa più. La mia vita è quella che è. Sono più forte ora. Ho capito che non dipende da me. Non dipendevano e non dipendono da me tutti gli incontri fallimentari.
Il fallocrate numero tre mi manda un sms con una luna. Penso: " Sarà per il Caligola di Camus? Magari lo leggesse..".
Non rispondo. Non so che dire. Perché se continua a scambiare un gioco di relazioni con le maschere, io non so reagire. Le ho tolte da tempo per vivere veramente.
Deve capirlo chi sono e cosa può avere con me. O saranno scambi di vuoto. E resterà un cuore fragile che si risveglierà tardi. Troppo tardi.
Penso alle scuse di mio padre. Forse posso farmele bastare. In fondo, domani è un altro giorno..
domenica 6 luglio 2014
Fallocrate in Cuore Fragile_Vol.2
ZZZZZZZZZzzzzzzz... Depongo le ciabattine magiche.
Le guardo sul mio parquet e dico: " Si, saranno loro a darmi i superpoteri".
Però appena mi allungo sul mio letto scende tutta la tristezza. E ripenso alla fragilità. Alla mia e al mio modo di amare.
E' un nuovo giorno. Ho deciso di incontrare il mio "amico". Perché voglio capire. La violenza di una fine.
Andiamo a prendere una birra. Chissà perché prendo sempre una birra che non finirò. Ecco in questo sono tradizionale. Solo in questo.
E' che in realtà non me ne frega niente di bere e ordino la cosa più semplice e veloce.
Ci sediamo con e tra i nostri 8 anni di differenza. Non sa parlare. Non riesce. Allora parlo io. E chiedo perché tanta velocità nel cambio. "Non lo so. E' strano anche per me".
Poi nel parlare mi dice che in fondo ha voluto finisse. Perché io sono "grandicella" e non vedeva prospettive. E in quella parola mi getta addosso tutta l'indifferenza e la violenza maschilista. Privando di senso la lealtà del mio darmi a lui nella parola e nel mio tempo. Se vedeva dei limiti, perché approfittarne?
Non ho mai nascosto la mia età. Neanche fossi questa anziana..
E mentre mi parla senza dire, penso alla borghesia. La sua. Al potere e al riconoscimento che insegue lui. E ai limiti. E al mio non riconoscere ancora a chi darmi.
Perché io non vedo confini. Al cuore. Al sentire. Non li metto in fogli Excel. Desidero incontrare una bellezza che porti ad una creatività.. Mentre incontro solo apparenza. O banalità travestite da condizioni mature.
Ci vuole coraggio per essere autentici. Il mio sguardo è nel vuoto. Sento freddo. Indifferenza. Cos'ho incontrato? E allora la mia comicità si trasforma in tragicità.
Ripenso a Mr D. E poi a mio padre. Sono tutti e tre allineati. Tutti e tre mi hanno cercata, accerchiata, risucchiata e gettata via. Con la solita frase : "sei troppo. Non sei nelle regole".
Troppo viva? Libera? Indipendente? Eppure quella vita l'ho trasmessa. Eppure nella peggiore delle situazioni.. nell'incidente e nel tumore mio padre, nelle sue puntate alcoliche e tossicodipendenti Mr D. e nei suoi deliri e perdizioni Ragazzo.. io ero forse l'unico esempio femminile a poter stare accanto. Perché ho il bacino grande... Il mio troppo lì era l'unico in grado di sostenere.
Ma poi rinnegano. E con me non ci sono prospettive. Perché sfuggo?
Mio padre non sapeva risolvermi con una funzione algebrica. Ha provato a mettermi tra parentesi tonde, ma le ho rotte. Tutte. E mi sono calata giù dalle radici quadre. Ma ha ucciso i miei talenti. La mia autostima. La mia musica..
Mr D. ha fatto uguale. Risucchiava da me la vita che non aveva. Ora si aggira per locali senza vita, senza idee, pieno di soldi e la sua creatività in cantina. Solo. Fondamentalmente solo perché soprattutto non ha se stesso.
A distanza di tempo mi ha detto: " Sono fuggito da te perché eri l'amore. E per me è troppo pesante da reggere".
Ragazzo invece.. era il mio rifugio. L'ho sempre vissuto così. Invece anche lui ha usato parti di me per riprendersi. Senza rispetto del mio sentire. Se mai ha un valore. Il rispetto. Dare e ricevere in una condivisione. Mi dice che sono estremista. Che sono stata troppo pesante e mi accusa di qualcosa che non comprendo. E solo per uccidermi e usare la mia "ricarica" in regalo da spendere con chi ora ritiene più degno. Più semplice da gestire.
Per me invece solo il periodo peggiore. Mi riporta ridendo il commento dell'amico che non ho mai conosciuto. Che lo voleva con lui ad un concerto la sera della nostra spiegazione. Un commento feroce che non mi risparmia: " Ma lasciala perdere quella troia..". Le troie non meritano neanche spiegazioni.
La violenza del dirmelo. E di metttermi lì. La "troia".
Non si rende neanche conto di quanto sia violento buttando tra le risate, in quel momento, quella parola. E quei commenti.
Di quanta rabbia improvvisa. Strana e solo per mandarmi via. Da dove non so. Da se stesso sicuramente. Dall'idea di donna che odia. Mi sento svenire. Ma non lo dico. Tento di tenere gli occhi che ridono. Il cuore leggero.
Passerà. E forse non è vero.
Come Mr.D. Come mio padre. Incontro quella violenza maschilista. La paura del fallocrate che risponde con violenza nascondendo il cuore fragile.
Nessuna difesa. Nessuna pietà. Sono da annientare all'istante. Perché se non sai sostenere. Fuggi o uccidi. O uccidi e poi fuggi.
Come tanta cronaca. Come gli scarafaggi. Sono brutti. Fanno paura.
Piano piano scende tutto. Non so chi ho avuto accanto. Ancora qualcuno che ha usato il suo fallo per dare un senso alla sua incapacità e fragilità.
Che ha preso. Affondato. Per sentirsi riconosciuto o più forte. Perché forse io sono troppo libera. Il solito gioco di mio padre?
Mentre mi accompagna a casa continuo a chiedermi.. Cosa resta? Perché sento dall'altra parte anche l'indifferenza o l'incapacità di farmi sentire che comunque io esisto, aldilà di tutto. Invece no. Prima si libera di me, meglio starà per vivere altrove. Dimenticando.
Solo frasi di circostanza come "usciamo con altri" come se dovesse neutralizzarmi o essere pulito nei confronti del nuovo "amore" che cerca in lui una via di fuga. In gruppo faccio meno paura? O è incapace di gestirmi da sola? O è più corretto verso l'altra da proteggere?
L'altra. Rinchiusa, dai racconti, in un'immatura impossibilità d'agire. E vede in lui l'apparenza. La calma apparente. Mentre il grido lacerante che sentivo io a distanza, in me trovava un' eco infinito. Troppo difficile da sostenere.
Io sono quella che riflette il buio. La troia con cui dare sfogo alle proprie lacerazioni.
E pensare che era iniziato tutto con questo blog. Io incontravo lui forse per capire che esistono uomini diversi da quelli conosciuti. E lui in me doveva purificare l'idea di maschilismo e di violenza che fa la donna sull'uomo.
E forse si è purificato. Ha anche vinto nella difesa del suo maschilismo. Se di vincitori e perdenti si può parlare. Io ho perso qualcosa. Questo sicuro.
Nonostante tutto lo abbraccio. E' un abbraccio d'addio. In fondo il rancore non mi porta a niente.
Non è un problema mio. Non più. E' la sua impotenza ora che dovrà gestire.
Il giorno dopo una nuova battaglia. Devo affrontare il mio primo uomo fallocrate in cuore fragile.
Forse tutto scenderà. Non è già più lì il numero tre. Forse non c'è mai stato. Saluto l'ultimo cuore fragile.
Salendo penso al mashile. Al femminile. A John che mi dice: " Sono personaggi che ti hanno dimostrato di non riuscire neanche a tenerti l'asciugamano..". Alla paura. Ai generi. Alle banalità e alla mente evoluta che pensiamo di avere comunicando senza privacy. Invece è la decadenza del sentire.
Va bene. Domani è una giornata importante.
Le guardo sul mio parquet e dico: " Si, saranno loro a darmi i superpoteri".
Però appena mi allungo sul mio letto scende tutta la tristezza. E ripenso alla fragilità. Alla mia e al mio modo di amare.
E' un nuovo giorno. Ho deciso di incontrare il mio "amico". Perché voglio capire. La violenza di una fine.
Andiamo a prendere una birra. Chissà perché prendo sempre una birra che non finirò. Ecco in questo sono tradizionale. Solo in questo.
E' che in realtà non me ne frega niente di bere e ordino la cosa più semplice e veloce.
Ci sediamo con e tra i nostri 8 anni di differenza. Non sa parlare. Non riesce. Allora parlo io. E chiedo perché tanta velocità nel cambio. "Non lo so. E' strano anche per me".
Poi nel parlare mi dice che in fondo ha voluto finisse. Perché io sono "grandicella" e non vedeva prospettive. E in quella parola mi getta addosso tutta l'indifferenza e la violenza maschilista. Privando di senso la lealtà del mio darmi a lui nella parola e nel mio tempo. Se vedeva dei limiti, perché approfittarne?
Non ho mai nascosto la mia età. Neanche fossi questa anziana..
E mentre mi parla senza dire, penso alla borghesia. La sua. Al potere e al riconoscimento che insegue lui. E ai limiti. E al mio non riconoscere ancora a chi darmi.
Perché io non vedo confini. Al cuore. Al sentire. Non li metto in fogli Excel. Desidero incontrare una bellezza che porti ad una creatività.. Mentre incontro solo apparenza. O banalità travestite da condizioni mature.
Ci vuole coraggio per essere autentici. Il mio sguardo è nel vuoto. Sento freddo. Indifferenza. Cos'ho incontrato? E allora la mia comicità si trasforma in tragicità.
Ripenso a Mr D. E poi a mio padre. Sono tutti e tre allineati. Tutti e tre mi hanno cercata, accerchiata, risucchiata e gettata via. Con la solita frase : "sei troppo. Non sei nelle regole".
Troppo viva? Libera? Indipendente? Eppure quella vita l'ho trasmessa. Eppure nella peggiore delle situazioni.. nell'incidente e nel tumore mio padre, nelle sue puntate alcoliche e tossicodipendenti Mr D. e nei suoi deliri e perdizioni Ragazzo.. io ero forse l'unico esempio femminile a poter stare accanto. Perché ho il bacino grande... Il mio troppo lì era l'unico in grado di sostenere.
Ma poi rinnegano. E con me non ci sono prospettive. Perché sfuggo?
Mio padre non sapeva risolvermi con una funzione algebrica. Ha provato a mettermi tra parentesi tonde, ma le ho rotte. Tutte. E mi sono calata giù dalle radici quadre. Ma ha ucciso i miei talenti. La mia autostima. La mia musica..
Mr D. ha fatto uguale. Risucchiava da me la vita che non aveva. Ora si aggira per locali senza vita, senza idee, pieno di soldi e la sua creatività in cantina. Solo. Fondamentalmente solo perché soprattutto non ha se stesso.
A distanza di tempo mi ha detto: " Sono fuggito da te perché eri l'amore. E per me è troppo pesante da reggere".
Ragazzo invece.. era il mio rifugio. L'ho sempre vissuto così. Invece anche lui ha usato parti di me per riprendersi. Senza rispetto del mio sentire. Se mai ha un valore. Il rispetto. Dare e ricevere in una condivisione. Mi dice che sono estremista. Che sono stata troppo pesante e mi accusa di qualcosa che non comprendo. E solo per uccidermi e usare la mia "ricarica" in regalo da spendere con chi ora ritiene più degno. Più semplice da gestire.
Per me invece solo il periodo peggiore. Mi riporta ridendo il commento dell'amico che non ho mai conosciuto. Che lo voleva con lui ad un concerto la sera della nostra spiegazione. Un commento feroce che non mi risparmia: " Ma lasciala perdere quella troia..". Le troie non meritano neanche spiegazioni.
La violenza del dirmelo. E di metttermi lì. La "troia".
Non si rende neanche conto di quanto sia violento buttando tra le risate, in quel momento, quella parola. E quei commenti.
Di quanta rabbia improvvisa. Strana e solo per mandarmi via. Da dove non so. Da se stesso sicuramente. Dall'idea di donna che odia. Mi sento svenire. Ma non lo dico. Tento di tenere gli occhi che ridono. Il cuore leggero.
Passerà. E forse non è vero.
Come Mr.D. Come mio padre. Incontro quella violenza maschilista. La paura del fallocrate che risponde con violenza nascondendo il cuore fragile.
Nessuna difesa. Nessuna pietà. Sono da annientare all'istante. Perché se non sai sostenere. Fuggi o uccidi. O uccidi e poi fuggi.
Come tanta cronaca. Come gli scarafaggi. Sono brutti. Fanno paura.
Piano piano scende tutto. Non so chi ho avuto accanto. Ancora qualcuno che ha usato il suo fallo per dare un senso alla sua incapacità e fragilità.
Che ha preso. Affondato. Per sentirsi riconosciuto o più forte. Perché forse io sono troppo libera. Il solito gioco di mio padre?
Mentre mi accompagna a casa continuo a chiedermi.. Cosa resta? Perché sento dall'altra parte anche l'indifferenza o l'incapacità di farmi sentire che comunque io esisto, aldilà di tutto. Invece no. Prima si libera di me, meglio starà per vivere altrove. Dimenticando.
Solo frasi di circostanza come "usciamo con altri" come se dovesse neutralizzarmi o essere pulito nei confronti del nuovo "amore" che cerca in lui una via di fuga. In gruppo faccio meno paura? O è incapace di gestirmi da sola? O è più corretto verso l'altra da proteggere?
L'altra. Rinchiusa, dai racconti, in un'immatura impossibilità d'agire. E vede in lui l'apparenza. La calma apparente. Mentre il grido lacerante che sentivo io a distanza, in me trovava un' eco infinito. Troppo difficile da sostenere.
Io sono quella che riflette il buio. La troia con cui dare sfogo alle proprie lacerazioni.
E pensare che era iniziato tutto con questo blog. Io incontravo lui forse per capire che esistono uomini diversi da quelli conosciuti. E lui in me doveva purificare l'idea di maschilismo e di violenza che fa la donna sull'uomo.
E forse si è purificato. Ha anche vinto nella difesa del suo maschilismo. Se di vincitori e perdenti si può parlare. Io ho perso qualcosa. Questo sicuro.
Nonostante tutto lo abbraccio. E' un abbraccio d'addio. In fondo il rancore non mi porta a niente.
Non è un problema mio. Non più. E' la sua impotenza ora che dovrà gestire.
Il giorno dopo una nuova battaglia. Devo affrontare il mio primo uomo fallocrate in cuore fragile.
Forse tutto scenderà. Non è già più lì il numero tre. Forse non c'è mai stato. Saluto l'ultimo cuore fragile.
Salendo penso al mashile. Al femminile. A John che mi dice: " Sono personaggi che ti hanno dimostrato di non riuscire neanche a tenerti l'asciugamano..". Alla paura. Ai generi. Alle banalità e alla mente evoluta che pensiamo di avere comunicando senza privacy. Invece è la decadenza del sentire.
Va bene. Domani è una giornata importante.
sabato 5 luglio 2014
Fallocrate in Cuore fragile_Vol 1.
Ci siamo. Inizia l'estate. Ho promesso che sarò violenta, ma non rabbiosa o noiosa come una zanzarina geneticamente alterata.
Metto le scarpe che mi ha regalato John per il mio compleanno.
John è il mio padre spirituale. Laico e uomo. Perché solo un uomo poteva salvarmi.
Devo incontrare sui Navigli un'artista. Una donna.
" Potrebbe interessarti. Potreste fare cose insieme..". L'amore? Sicuramente. E' il suo scopo..
Finalmente, dopo un mese, vado a questo incontro. Metto le "ciabattine" che fanno quel suono "che mi sta' " dice lui. E che equilibrano il suono ovattato del mio cuore pesante di questi giorni.
Lei è bellissima. Ci sediamo in un locale e mi parla di danza, musica, di sé e dell'arte. La sua e quella che sarà nostra. Riconosco. Mi riconosco. Sento amore. I suoi occhi azzurri s'illuminano di quella autenticità che solo noi sanamente pazzi possiamo avere.
Quando esco del locale cammino in disequilibrio e non so bene se sia per i tacchi delle ciabattine di John, per la birra che non ho terminato o per la presenza della mia nuova amica.
E' vero. Mi sono innamorata di quelle parti di me che rivedo in lei. Di una femminilità complessa che va oltre il banale e mi rinfranca da una settimana dolorante e dolorosa.
Gesticolo molto. Guardo il cellulare. Ad un certo punto mi rattristo. Mi chiede il perché.
"Ah no.. l'ennesimo incontro fallimentare con il maschile. E pensavo di essere protetta".
E allora spiego. Si insomma.. io sono una "sfigata". Io il sesso senza amore e coinvolgimento non lo so fare. Al punto che il corpo nudo e crudo per me non ha valore.
La prima volta a 24 anni. Lei ride e dice che per lei fu 10 anni prima.
Io pochi uomini per la mia età di donna matura. Un grande amore con convivenza. Un altro più giovane che è stato un bene forte. Che ancora resta in parallelo.
Poi lo strazio con il mio pianista esorcista. E infine l'amico dei miei segreti. Che ha tradito il mio bene. Lui stava male. Io pure. Ci siamo incontrati. Scambiati opinioni. Scrittura. Era tutto affettivamente intellettuale e pieno. E il sesso era tutto lì. In quell'amore che ci stava guarendo piano piano. Soprattutto lui che si perdeva in atti autolesionistici.
Poi si è spostato tutto. Il corpo è arrivato. Per me è stato un completamento. Ma dopo un paio di incontri lui mi chiama per dirmi che si è innamorato di una più giovane. Forse una coetanea?
Perché lui è più giovane. Insoomma si è innamorato di una situazione complessa, ma più giovane. Lui che ha sempre riso alla parola amore.
Sicuramente la società e gli amici accetteranno di più questa nuova complessità. Perché io non rientro negli schemi.
Si è innamorato al punto da non avere neanche il tempo di porre un piccolo dubbio sul valore della mia presenza nella sua vita. Si, insomma.. Di punto in bianco sparisce tutto. La parola. La complicità. La verità.
Alla fine io devo capire. Capirò. Sono più matura.
E magari non arrabbiarmi neanche troppo.
Lei mi guarda divertita. Perché ne parlo con importanza e ironica dedizione.
Le chiedo: ma dove ho sbagliato? L'altro era uno spostato e ne ero consapevole. Volevo e dovevo farmi male. In questo caso, era tutto dichiarato. Amichevole.. Arriva il sesso e scappa. Perché scappano tutti?
Lei ride. " Cerchi giustificazioni dove non ce ne sono. Magari hai semplicemente incontrato una persona superficiale. Serve una persona matura qui..". Annuisco.
Usciamo. Le do' uno "strappo". Ci salutiamo. Sento il profumo dei suoi capelli. Guardo il cell. E le dico: " Ecco. Domani lo vedo. Mi rida' le mie cose".
Lei ride di gusto. Sono una comica nata. Dell'amore.
Forse è il caso di usare i miei superpoteri creativi e trasformarmi in zanzara tigre..
Metto le scarpe che mi ha regalato John per il mio compleanno.
John è il mio padre spirituale. Laico e uomo. Perché solo un uomo poteva salvarmi.
Devo incontrare sui Navigli un'artista. Una donna.
" Potrebbe interessarti. Potreste fare cose insieme..". L'amore? Sicuramente. E' il suo scopo..
Finalmente, dopo un mese, vado a questo incontro. Metto le "ciabattine" che fanno quel suono "che mi sta' " dice lui. E che equilibrano il suono ovattato del mio cuore pesante di questi giorni.
Lei è bellissima. Ci sediamo in un locale e mi parla di danza, musica, di sé e dell'arte. La sua e quella che sarà nostra. Riconosco. Mi riconosco. Sento amore. I suoi occhi azzurri s'illuminano di quella autenticità che solo noi sanamente pazzi possiamo avere.
Quando esco del locale cammino in disequilibrio e non so bene se sia per i tacchi delle ciabattine di John, per la birra che non ho terminato o per la presenza della mia nuova amica.
E' vero. Mi sono innamorata di quelle parti di me che rivedo in lei. Di una femminilità complessa che va oltre il banale e mi rinfranca da una settimana dolorante e dolorosa.
Gesticolo molto. Guardo il cellulare. Ad un certo punto mi rattristo. Mi chiede il perché.
"Ah no.. l'ennesimo incontro fallimentare con il maschile. E pensavo di essere protetta".
E allora spiego. Si insomma.. io sono una "sfigata". Io il sesso senza amore e coinvolgimento non lo so fare. Al punto che il corpo nudo e crudo per me non ha valore.
La prima volta a 24 anni. Lei ride e dice che per lei fu 10 anni prima.
Io pochi uomini per la mia età di donna matura. Un grande amore con convivenza. Un altro più giovane che è stato un bene forte. Che ancora resta in parallelo.
Poi lo strazio con il mio pianista esorcista. E infine l'amico dei miei segreti. Che ha tradito il mio bene. Lui stava male. Io pure. Ci siamo incontrati. Scambiati opinioni. Scrittura. Era tutto affettivamente intellettuale e pieno. E il sesso era tutto lì. In quell'amore che ci stava guarendo piano piano. Soprattutto lui che si perdeva in atti autolesionistici.
Poi si è spostato tutto. Il corpo è arrivato. Per me è stato un completamento. Ma dopo un paio di incontri lui mi chiama per dirmi che si è innamorato di una più giovane. Forse una coetanea?
Perché lui è più giovane. Insoomma si è innamorato di una situazione complessa, ma più giovane. Lui che ha sempre riso alla parola amore.
Sicuramente la società e gli amici accetteranno di più questa nuova complessità. Perché io non rientro negli schemi.
Si è innamorato al punto da non avere neanche il tempo di porre un piccolo dubbio sul valore della mia presenza nella sua vita. Si, insomma.. Di punto in bianco sparisce tutto. La parola. La complicità. La verità.
Alla fine io devo capire. Capirò. Sono più matura.
E magari non arrabbiarmi neanche troppo.
Lei mi guarda divertita. Perché ne parlo con importanza e ironica dedizione.
Le chiedo: ma dove ho sbagliato? L'altro era uno spostato e ne ero consapevole. Volevo e dovevo farmi male. In questo caso, era tutto dichiarato. Amichevole.. Arriva il sesso e scappa. Perché scappano tutti?
Lei ride. " Cerchi giustificazioni dove non ce ne sono. Magari hai semplicemente incontrato una persona superficiale. Serve una persona matura qui..". Annuisco.
Usciamo. Le do' uno "strappo". Ci salutiamo. Sento il profumo dei suoi capelli. Guardo il cell. E le dico: " Ecco. Domani lo vedo. Mi rida' le mie cose".
Lei ride di gusto. Sono una comica nata. Dell'amore.
Forse è il caso di usare i miei superpoteri creativi e trasformarmi in zanzara tigre..
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