Non abbiamo un corpo. Noi siamo un corpo.
E' la base del teatro eppure con il mio corpo ho avuto un rapporto conflittuale in tutta la mia storia.
Non riesco a parlarne troppo. O forse si. E' qualcosa che per me è scontato. Il conflitto, i passaggi e i resti.
Nasco femmina e passo nella mia infanzia a confondermi con mio fratello. A desiderare di essere maschio per poter essere più libera, anche nei giochi.
E' questione d'identità. E lo da' il sesso?
Mi divertivo di più con i "maschi" eppure ero/sono "femmina" nella vanità. Ma non riesco neanche a comprenderla o a comprendere i miei passaggi. Accade l'incidente di mia madre. Finisce tutto. Anche i confini. Di me stessa e della mia crescita.
Non riesco neanche a dirlo. Ho imparato a dimenticare, ma non il corpo. Il corpo non dimentica. La voce se ne andò. In un grido d'amore.
"Dove sei? Ti ho vista andartene su di una bici. E perderti. Con la tua femminilità è caduta anche la mia infanzia. Il mio corpo e la mia identità si sono fermati su quell'asfalto".
Il mio corpo. Lo guardo allo specchio ora. A trentanove anni. Ancora mi vergogno di lui.
Dei miei seni per esempio. Troppo piccoli. Li nascondo o li esalto eppure me ne vergogno. Oso mettere vestiti "scoperti" e poi non sostengo lo sguardo dell'altro.
L'unico modo che ho per sostenerlo è di pensare come un uomo o come una bimba che non si cura di com'è.
"Per lei il corpo è un problema?". Guardo la Nike. La Nike di Samotracia. Il corpo mutilato. Dal tempo.
Si. Lo è. La bellezza del corpo di mia madre. Il suo visto tumefatto. Un letto di ospedale e l'odore di chimica.
Lei mi aveva carezzata il viso con la mano sinistra. Piena di ferite. Aveva un'escrescenza rossa. Mi faceva paura.
"Sono così brutta che non puoi parlare?". Mi aveva detto di non farlo. Lui. Di non dire. Ma lei era veramente brutta così. In quel letto. Non era più lei. Aveva il viso tutto tumefatto e paralizzato. Non riuscivo a guardarla. E parlava male. Anche se si sforzava di restare mamma.
Io non la riconoscevo. Non ho più parlato. Non mi sono più riconosciuta.
Senza voce. Senza corpo. Solo le mie mani scrivevano. E la mia mente è allora che ha iniziato a fuggire in mondi paralleli. Ad inventare famiglie ed esseri con cui parlare per non impazzire totalmente.
Il corpo di mio padre. E il mio che da piccolo ha iniziato a gonfiarsi per farsi vedere o fare vedere la mia sofferenza. Eppure niente. Stavo per scoppiare di dolore.
Poi la fisarmonica. Mamma è rientrata nel suo corpo. Nel suo ruolo e ha rivisto me. Una dieta, un po' d'amore e sono rinata in un corpo da giovane ragazza. Ma il mio corpo non era. Non poteva essere.
Lo sguardo dell'altro, del maschile, era proibito. Non potevo mettere gonne. Le mie gambe erano storte. Distorte dallo sguardo dell'altro.
Così sono scomparsa dal controllo. Pensavo di fuggire al controllo sparendo alla vista, dalla vista dell'altro. E in questi meccanismi privi d'amore, tradivo il mio sé.
Sono riuscita a guardarmi, a farmi toccare e penetrare solo nell'amore, nella fiducia dell'altro. In una lingua altra. A chilometri di distanza dalla dimensione di chiusura in cui ogni millimetro della mia carne e della mia vita erano stati rinchiusi. Sotto pressione. Sott'olio e sott'aceto. In conserva per un tempo e per il pasto dell'altro. Con la speranza di essere mangiata prima della scadenza.
Ma l'amore ha ridato libertà alle cellule del mio essere, del mio femminile, della mia femminilità, del mio essere donna. Eppure non sono la stessa cosa. Femminile, femmina e donna.
Ma li confondo in un corpo impaurito.
"On t'a fait pour moi. Ici il y'a les ailes". Come la nike. L'amore di una lingua diversa. Di un uomo altro. Ha trovato le ali anche se non avevo braccia.
Non avevo braccia, ma avevo ali. Ero stata fatta a pezzi. Il mio corpo di donna.
Ancora adesso. Non ho più braccia. Né gambe. Ma ho le ali. Forse un giorno sarò libera, liberata da questa divisione. Dall'idea della mia educazione.
Forse un giorno volerò nella liberazione da questo corpo. Senza tradire più. Forse il mio essere attrice mi concede l'eternità di un corpo mai avuto. Forse il teatro è la mia fortuna, sono le mie ali per vestire ruoli sempre diversi. Perché l'uomo muore, il personaggio no.
Come la Nike. Una vittoria senza tempo. Senza corpo.
venerdì 19 giugno 2015
giovedì 11 giugno 2015
La costruttrice d'Imperi
Ciò che scrivo ti è spesso, apparentemente, incomprensibile.
Ti lancio messaggi e segnali usando linguaggi diversi perché all'indifferenza ancora non so arrivarci.
E' tutta colpa di questa cazzo di autenticità.
Non lo sono. Sono la prima a non esserlo.
E tuttavia continuo a scriverti e a buttare giù parole che hanno solo il potere di rimbalzare o romperti i coglioni o farmi dire "Ma sei matta?".
Fammele scrivere le parole forti. O l'immagine di questi "coglioni". Perché delle buone maniere e della borghesia, non so che farmene.
La verità è che l'adipe che c'è tra te e me, quel che resta, non so come buttarlo giù. Del tutto. Per ricomporre la mia fragilità. Sono un ossimoro: forte e fragile. L'ha detto pure il giovane analista. E' così palese questa cosa. E la sai bene.
Eppure in un'altra epoca devo avere fatto sicuramente la resistenza, perché qui resisto, in nome dell'amore. Per un disperato desiderio di arrivare alla nostra essenza.
Anche alla mia. Soprattutto forse.
Non ho mai pensato di essere santa. Non esistono i santi. Non sono umani. E io amo l'imperfetto. Le tue imperfezioni che sono anche le mie. Soprattutto quelle perché nella loro risoluzione c'è tutto l'atto d'amore.
Non lo sono. Santa dico. So essere anche perfettamente stronza se lo decido. E ho anche il vizio di non saper stare al mondo. Ai compromessi. Figurati che poi non so cucinare.
A che servo?
Io non ho costruito niente. Non sono stata capace neanche di fare un figlio.
Davvero desideri che vada via con un altro? E poi dove trovi una mano tesa che trema come la mia?
Stasera ho paura. Per la mia esistenza. Non te lo so spiegare il senso di inadeguatezza che m'invade da sempre. O si. Dovrei saper farlo senza avere paura di te. Per dare un senso a: " Fino a prova contraria stiamo insieme".
Si distrugge perché non si è in grado di costruire e si distrugge ciò che non si è potuto ottenere. E spesso coincide con ciò che si è amato di più. Per l'incapacità di amare.
Non so perché ma questa cosa mi è così chiara, per me, questa sera.
Ti lancio messaggi e segnali usando linguaggi diversi perché all'indifferenza ancora non so arrivarci.
E' tutta colpa di questa cazzo di autenticità.
Non lo sono. Sono la prima a non esserlo.
E tuttavia continuo a scriverti e a buttare giù parole che hanno solo il potere di rimbalzare o romperti i coglioni o farmi dire "Ma sei matta?".
Fammele scrivere le parole forti. O l'immagine di questi "coglioni". Perché delle buone maniere e della borghesia, non so che farmene.
La verità è che l'adipe che c'è tra te e me, quel che resta, non so come buttarlo giù. Del tutto. Per ricomporre la mia fragilità. Sono un ossimoro: forte e fragile. L'ha detto pure il giovane analista. E' così palese questa cosa. E la sai bene.
Eppure in un'altra epoca devo avere fatto sicuramente la resistenza, perché qui resisto, in nome dell'amore. Per un disperato desiderio di arrivare alla nostra essenza.
Anche alla mia. Soprattutto forse.
Non ho mai pensato di essere santa. Non esistono i santi. Non sono umani. E io amo l'imperfetto. Le tue imperfezioni che sono anche le mie. Soprattutto quelle perché nella loro risoluzione c'è tutto l'atto d'amore.
Non lo sono. Santa dico. So essere anche perfettamente stronza se lo decido. E ho anche il vizio di non saper stare al mondo. Ai compromessi. Figurati che poi non so cucinare.
A che servo?
Io non ho costruito niente. Non sono stata capace neanche di fare un figlio.
Davvero desideri che vada via con un altro? E poi dove trovi una mano tesa che trema come la mia?
Stasera ho paura. Per la mia esistenza. Non te lo so spiegare il senso di inadeguatezza che m'invade da sempre. O si. Dovrei saper farlo senza avere paura di te. Per dare un senso a: " Fino a prova contraria stiamo insieme".
Si distrugge perché non si è in grado di costruire e si distrugge ciò che non si è potuto ottenere. E spesso coincide con ciò che si è amato di più. Per l'incapacità di amare.
Non so perché ma questa cosa mi è così chiara, per me, questa sera.
domenica 7 giugno 2015
Tirati fuori dalla tua stessa merda!
Il sesso e il femminile. Parlo nel ripercorrere la mia storia. La mia biografia. Devo fare in fretta. Ne sto' parlando ancora. Con uno sconosciuto.
Dico "fiducia" e poi " uomo" e poi il tutto si distacca per dire e mescolare più volte significanti come "femminilità" e "sesso".
Non sono la stessa cosa. No. Non lo sono. Ne sono proprio convinta?
Eppure il sesso è sempre lì in agguato per affermare la femminilità. Come se sia importante mettere il sesso nella femminilità. Come se essere femminile sia necessario nel sesso. Come se per essere femminile la pratica sessuale sia importante. Necessaria. Il tratto distintivo. Invece no. Non sono la stessa cosa.
Insomma li confondo ancora nel mio inconscio. E' evidente.
Fiducia. Torniamo alla prima parola. Non c'è vita senza fiducia. Nulla potrebbe avere luogo senza di lei.
Ho interrotto il mio rapporto con John per un senso di tradimento e di mancata fiducia. Non mi è stato difficile farlo. E' avvenuto.
Mr D. mi ha tradita negli anni e sono ancora con lui. In una relazione discontinua, ma è nella mia vita. Non riesco a chiudere con lui. Forse perché non mi sono data a fondo nell'anima con Mr D. E' una relazione con una fiducia limitata e consapevolmente limitata da parte mia. Non mi ha in toto.
Di conseguenza è una relazione che resterà nella superficie. E magari durerà in eterno proprio perché non ci compenetreremo mai. Come tante relazioni.
Eppure le due fondanti, quella con mio padre e con John dopo, le ho interrotte. Ho ripreso la prima questi ultimi anni in una modalità diversa.
Ho interrotto per fiducia rinnegata la seconda. E' difficile fidarsi ora. E' il coraggio più difficile da trovare.
Il sesso. C'entra nella mia sfiducia.Eppure lo confondo sempre con il mio essere femminile.
E' un problema per me il femminile? E cos'è?
Mi sono allontanata da mia madre per non diventare come lei. Da mio padre per non morire con lui. Eppure ancora mi unisco a uomini che non riconoscono la mia femminilità.
Io non sono rassicurante. E' un problema? Si, lo è per gli uomini che scelgo di amare.
Io non so cucinare e mi violento ad essere alle 20 puntuale a casa per cucinare per il mio fidanzato.
Io non mi entusiasmo per una vetrina piena di scarpe, o borse o abiti.
Io non so fare la geisha.
Io non so stare al mio posto.
Io. Chi?
"Uomini che con me non si annoiano mai. Ma che poi scelgono la donna rassicurante. Che li coccoli in un abbraccio materno".
"E' un problema loro".
Ma io perché ancora soffro per non essere l'eletta di quest'uomo semplice ed impaurito?
Questa è la questione. Confondo ancora sesso e femminilità.
E' il caso che io prenda a forza la mia testa per tirarmi fuori dalla mia merda..
Dico "fiducia" e poi " uomo" e poi il tutto si distacca per dire e mescolare più volte significanti come "femminilità" e "sesso".
Non sono la stessa cosa. No. Non lo sono. Ne sono proprio convinta?
Eppure il sesso è sempre lì in agguato per affermare la femminilità. Come se sia importante mettere il sesso nella femminilità. Come se essere femminile sia necessario nel sesso. Come se per essere femminile la pratica sessuale sia importante. Necessaria. Il tratto distintivo. Invece no. Non sono la stessa cosa.
Insomma li confondo ancora nel mio inconscio. E' evidente.
Fiducia. Torniamo alla prima parola. Non c'è vita senza fiducia. Nulla potrebbe avere luogo senza di lei.
Ho interrotto il mio rapporto con John per un senso di tradimento e di mancata fiducia. Non mi è stato difficile farlo. E' avvenuto.
Mr D. mi ha tradita negli anni e sono ancora con lui. In una relazione discontinua, ma è nella mia vita. Non riesco a chiudere con lui. Forse perché non mi sono data a fondo nell'anima con Mr D. E' una relazione con una fiducia limitata e consapevolmente limitata da parte mia. Non mi ha in toto.
Di conseguenza è una relazione che resterà nella superficie. E magari durerà in eterno proprio perché non ci compenetreremo mai. Come tante relazioni.
Eppure le due fondanti, quella con mio padre e con John dopo, le ho interrotte. Ho ripreso la prima questi ultimi anni in una modalità diversa.
Ho interrotto per fiducia rinnegata la seconda. E' difficile fidarsi ora. E' il coraggio più difficile da trovare.
Il sesso. C'entra nella mia sfiducia.Eppure lo confondo sempre con il mio essere femminile.
E' un problema per me il femminile? E cos'è?
Mi sono allontanata da mia madre per non diventare come lei. Da mio padre per non morire con lui. Eppure ancora mi unisco a uomini che non riconoscono la mia femminilità.
Io non sono rassicurante. E' un problema? Si, lo è per gli uomini che scelgo di amare.
Io non so cucinare e mi violento ad essere alle 20 puntuale a casa per cucinare per il mio fidanzato.
Io non mi entusiasmo per una vetrina piena di scarpe, o borse o abiti.
Io non so fare la geisha.
Io non so stare al mio posto.
Io. Chi?
"Uomini che con me non si annoiano mai. Ma che poi scelgono la donna rassicurante. Che li coccoli in un abbraccio materno".
"E' un problema loro".
Ma io perché ancora soffro per non essere l'eletta di quest'uomo semplice ed impaurito?
Questa è la questione. Confondo ancora sesso e femminilità.
E' il caso che io prenda a forza la mia testa per tirarmi fuori dalla mia merda..
martedì 27 gennaio 2015
Un viaggio umano
E' domenica sera e sento il peso di tre giorni di vita.
Eppure sono stata chiusa nello spazio delle Scimmie Nude. Con altre dodici persone e Mimmo. Non li conoscevo tutti. Solo alcuni. Claudia, Andrea, Giovanni, Davide e Riccardo. E alla fine i loro nomi sono come quelli di una grande famiglia. Barbara, Sandra, Christian, Agnese riccia e Agnese liscia.. Avevo il desiderio di conoscere il lavoro di Mimmo dopo averlo visto al Piccolo. Più per il mio desiderio di scrivere di umanità e di/per il teatro che non per la mia attorialità che ricercava l'esperienza. Poi ho trovato ancora altro. Qualcosa in cui ho riconosciuto amore.
Cercavo la parola che facesse tacere il corpo.
C'era una sete di conoscenza e amore. Che ha questa forma rappresentativa. O la forma di qualcosa che non si può dire fino in fondo. Tantomeno spiegare.
Sono giorni così strani e complessi. Dove ci sono ritorni. Mr D. che si ostina ad essere Mr D. e a pretendere che io riduca la mia vita ai suoi vizi per assecondare il suo desiderio di non vita. E il mio Othello. Bello e in attesa. Per colpa mia. Anche. Forse perché sa che dai miei occhi può prendere quello che non sa. Forse per questo resta in attesa.
E poi ci sono io che da un uomo non so più bene cosa voglio. Forse una mano che mi accompagni e mi comprenda.
Perché in questa cosa che la coppia sia fatta di casa, quattro mura e ricette, non ci credo più. Forse non ci ho mai creduto. O non mi è mai bastato. Ho provato ad adattarmi a quell'idea di coppia, come se in quelle azioni potesse esserci la fedeltà o la felicità. Anche se credo di essere stata felice poche volte nella mia vita. Forse qualche minuto, una volta, sotto un ombrellino. Per citare Cecov.
Il resto sono state solo azioni vuote. Forse necessarie, ma non essenziali alla mia riconoscibilità di donna.
Mi chiedo cosa vogliano da me uomini come Mr D. e Othello anche. Sono distante.
E chissà cos'ha voluto quel tipo che ho chiamato Ragazzo. E' tutto così lontano eppure presente nelle parole di questo blog. Che ha cambiato forma, presenza e verità.
Ho incontrato solo egoismi. Mr D. Ragazzo. Othello è l'unico che ha toccato il mio percorso con sincerità.
Ma Mr D. non sa neanche chi io sia nel profondo. Prende stando fermo. Come fece Ragazzo. In modalità diverse. Con la complicità dei miei limiti umani.
Sono stata su un piedistallo per un vigliacco incompleto che aveva solo quella modalità per buttare via qualcosa di "troppo" o ormai inutile.
La "piccola troia" per un uomo che usa la parola amore solo quando ha il pene duro.
E in tutto questo l'amore semplice tra le dita scure di Othello. Che tocca la mia pelle senza sapere quale suono possa avere.
E poi c'è stata una relazione con John. A cui ho voluto molto bene e a cui ne voglio quando riesce a diventare Giovanni incontrandomi dove esiste di più la mia vita. Ma non riesco a perdonare. Non riesco ancora a perdonargli la leggerezza di non avere difeso e protetto il teatro che aveva costruito con me. Il percorso. E' il mio limite umano. La mia fragilità.
C'era una responsabilità a cui è venuto meno.
Sono tante le domande dopo tre giorni. Sull' umano. Può solo una donna che ama cucinare e lavare e stirare e riordinare casa, essere adatta a procreare? E meritare la maternità? Perché per tanti uomini è così.
Ho visto l'attrice delle scimmie piangere senza poter controllare l'emozione durante il suo monologo della regina, tratto dall' Amleto. E per un attore non poter controllare l'emozione in scena è un problema.
Mimmo l'ha fatta lavorare sulla maternità. Che è il suo punto dolente. La sua fragilità umana in questo momento. Perché vorrebbe, ma non può. Perché è un'attrice e ci sono uomini che non glielo permottono. C'è un maschile che non comprende che non esiste divisione. Che è violento non comprendere la diversità e l'infinita complessità del femminile.
Tre giorni di teatro. Di ricerca dell'umano. La mia cieca è stata difficile. Ho portato un testo che non mi permettesse di attaccarmi a tutto ciò che teatralmente mi torna semplice. Che non fosse comico, ma tremendamente intimo e statico.
Mi ha resa cieca in scena. E in questo stare in una percezione al buio che fosse credibile, ho incontrato la verità dei miei fantasmi.
E' stato un girotondo di umanità. E di belle persone. C'era tanta luce e amore. Disciplina e amore. E nessuna di quelle persone ha voluto usare il mio corpo per soddisfarsi.
Come ha fatto Mr D.sere fa. Stavo scherzando con lui sulla musica dei Village People. Mi ha presa e scossa. E' entrato con forza nel mio ano. E ho urlato dal dolore. E nel mio pianto che cercava un abbraccio e una parola, ho trovato un ricordo. Ne avrei voluto parlare. In quel dolore forte ho rivissuto il buio che non ho mai voluto raccontare a John.
E' in quel bruciore che ho perso me stessa. La parola. E sono diventata altro. Mr D. si è comportato uguale. Piangevo e chiedevo aiuto. Da bambina, ma anche giorni fa.
Mi ha chiesto scusa e " Sembrava che volessi e fosse un invito". E mi sono sentita così colpevole. Ancora. Tanto che mi è sembrato normale continuare a soddisfarlo.
Poi ha portato il cane in strada e io sono rimasta con il mio bruciore. Fuori e dentro. Senza una carezza e senza amore.
Domenica sera sono circondata di luce. Mi metto a piangere alla fine. Per l'umiltà e la semplicità. E perché mi sento piena.
Saluto Mimmo e tutti i miei compagni di viaggio. E' tardi. Sono quasi le 23. Saluto Davide e Riccardo. Davide mi aveva abbracciata mentre guardavamo un'improvvisazione, con una delicatezza che sapeva di condivisione fondante.
Mi avvio verso l'auto. Sono al telefono con Othello. Vuole sapere del mio seminario. Non mi accorgo di quattro tipi che mi seguono. Li sento e mi spavento un po'. Ma non corro. Penso che sarebbe peggio. Ma ho paura. Poi sento che si tranquillizzano mentre m'infilo nella stradina dove ho messo l'auto. Mi giro e vedo i quattro scappare. Poi spunta Davide che si accende una sigaretta. E poi Riccardo. Mi sorridono entrambi. E mi salutano.
Appena arrivo a casa mi scrive Riccardo: "Non parcheggiare più lì. O fatti accompagnare. Quei tipi ti seguivano. Ce ne siamo accorti io e Davide e ti siamo venuti dietro".
Rivedo la scena e capisco.. Lo ringrazio. E mi riviene in mente una delle sere che non dimenticherò mai. A Barcellona, in piena estate. Io e Pepe eravamo in giro. Era tardi. Non avevamo la macchina o un altro mezzo. Volevo rientrare in metro e lui volle a tutti i costi prendere un taxi.
Mi arrabbiai perché non capivo. Eravamo giovanissimi e senza soldi.
Lui sotto casa mi abbracciò e mi disse: " Abito in una zona pericolosa. Se ti succedesse qualcosa, non potrei più vivere. Non posso permettere che qualcuno ti faccia del male".
Mi sentii così amata.
Come domenica sera. E per il teatro. O la magia del teatro. E di questo umano che mi ha spaventata per anni. Che è un casino. Un immenso e affascinante casino. E quando guardi l'umano, devi per forza reagire.
Eppure sono stata chiusa nello spazio delle Scimmie Nude. Con altre dodici persone e Mimmo. Non li conoscevo tutti. Solo alcuni. Claudia, Andrea, Giovanni, Davide e Riccardo. E alla fine i loro nomi sono come quelli di una grande famiglia. Barbara, Sandra, Christian, Agnese riccia e Agnese liscia.. Avevo il desiderio di conoscere il lavoro di Mimmo dopo averlo visto al Piccolo. Più per il mio desiderio di scrivere di umanità e di/per il teatro che non per la mia attorialità che ricercava l'esperienza. Poi ho trovato ancora altro. Qualcosa in cui ho riconosciuto amore.
Cercavo la parola che facesse tacere il corpo.
C'era una sete di conoscenza e amore. Che ha questa forma rappresentativa. O la forma di qualcosa che non si può dire fino in fondo. Tantomeno spiegare.
Sono giorni così strani e complessi. Dove ci sono ritorni. Mr D. che si ostina ad essere Mr D. e a pretendere che io riduca la mia vita ai suoi vizi per assecondare il suo desiderio di non vita. E il mio Othello. Bello e in attesa. Per colpa mia. Anche. Forse perché sa che dai miei occhi può prendere quello che non sa. Forse per questo resta in attesa.
E poi ci sono io che da un uomo non so più bene cosa voglio. Forse una mano che mi accompagni e mi comprenda.
Perché in questa cosa che la coppia sia fatta di casa, quattro mura e ricette, non ci credo più. Forse non ci ho mai creduto. O non mi è mai bastato. Ho provato ad adattarmi a quell'idea di coppia, come se in quelle azioni potesse esserci la fedeltà o la felicità. Anche se credo di essere stata felice poche volte nella mia vita. Forse qualche minuto, una volta, sotto un ombrellino. Per citare Cecov.
Il resto sono state solo azioni vuote. Forse necessarie, ma non essenziali alla mia riconoscibilità di donna.
Mi chiedo cosa vogliano da me uomini come Mr D. e Othello anche. Sono distante.
E chissà cos'ha voluto quel tipo che ho chiamato Ragazzo. E' tutto così lontano eppure presente nelle parole di questo blog. Che ha cambiato forma, presenza e verità.
Ho incontrato solo egoismi. Mr D. Ragazzo. Othello è l'unico che ha toccato il mio percorso con sincerità.
Ma Mr D. non sa neanche chi io sia nel profondo. Prende stando fermo. Come fece Ragazzo. In modalità diverse. Con la complicità dei miei limiti umani.
Sono stata su un piedistallo per un vigliacco incompleto che aveva solo quella modalità per buttare via qualcosa di "troppo" o ormai inutile.
La "piccola troia" per un uomo che usa la parola amore solo quando ha il pene duro.
E in tutto questo l'amore semplice tra le dita scure di Othello. Che tocca la mia pelle senza sapere quale suono possa avere.
E poi c'è stata una relazione con John. A cui ho voluto molto bene e a cui ne voglio quando riesce a diventare Giovanni incontrandomi dove esiste di più la mia vita. Ma non riesco a perdonare. Non riesco ancora a perdonargli la leggerezza di non avere difeso e protetto il teatro che aveva costruito con me. Il percorso. E' il mio limite umano. La mia fragilità.
C'era una responsabilità a cui è venuto meno.
Sono tante le domande dopo tre giorni. Sull' umano. Può solo una donna che ama cucinare e lavare e stirare e riordinare casa, essere adatta a procreare? E meritare la maternità? Perché per tanti uomini è così.
Ho visto l'attrice delle scimmie piangere senza poter controllare l'emozione durante il suo monologo della regina, tratto dall' Amleto. E per un attore non poter controllare l'emozione in scena è un problema.
Mimmo l'ha fatta lavorare sulla maternità. Che è il suo punto dolente. La sua fragilità umana in questo momento. Perché vorrebbe, ma non può. Perché è un'attrice e ci sono uomini che non glielo permottono. C'è un maschile che non comprende che non esiste divisione. Che è violento non comprendere la diversità e l'infinita complessità del femminile.
Tre giorni di teatro. Di ricerca dell'umano. La mia cieca è stata difficile. Ho portato un testo che non mi permettesse di attaccarmi a tutto ciò che teatralmente mi torna semplice. Che non fosse comico, ma tremendamente intimo e statico.
Mi ha resa cieca in scena. E in questo stare in una percezione al buio che fosse credibile, ho incontrato la verità dei miei fantasmi.
E' stato un girotondo di umanità. E di belle persone. C'era tanta luce e amore. Disciplina e amore. E nessuna di quelle persone ha voluto usare il mio corpo per soddisfarsi.
Come ha fatto Mr D.sere fa. Stavo scherzando con lui sulla musica dei Village People. Mi ha presa e scossa. E' entrato con forza nel mio ano. E ho urlato dal dolore. E nel mio pianto che cercava un abbraccio e una parola, ho trovato un ricordo. Ne avrei voluto parlare. In quel dolore forte ho rivissuto il buio che non ho mai voluto raccontare a John.
E' in quel bruciore che ho perso me stessa. La parola. E sono diventata altro. Mr D. si è comportato uguale. Piangevo e chiedevo aiuto. Da bambina, ma anche giorni fa.
Mi ha chiesto scusa e " Sembrava che volessi e fosse un invito". E mi sono sentita così colpevole. Ancora. Tanto che mi è sembrato normale continuare a soddisfarlo.
Poi ha portato il cane in strada e io sono rimasta con il mio bruciore. Fuori e dentro. Senza una carezza e senza amore.
Domenica sera sono circondata di luce. Mi metto a piangere alla fine. Per l'umiltà e la semplicità. E perché mi sento piena.
Saluto Mimmo e tutti i miei compagni di viaggio. E' tardi. Sono quasi le 23. Saluto Davide e Riccardo. Davide mi aveva abbracciata mentre guardavamo un'improvvisazione, con una delicatezza che sapeva di condivisione fondante.
Mi avvio verso l'auto. Sono al telefono con Othello. Vuole sapere del mio seminario. Non mi accorgo di quattro tipi che mi seguono. Li sento e mi spavento un po'. Ma non corro. Penso che sarebbe peggio. Ma ho paura. Poi sento che si tranquillizzano mentre m'infilo nella stradina dove ho messo l'auto. Mi giro e vedo i quattro scappare. Poi spunta Davide che si accende una sigaretta. E poi Riccardo. Mi sorridono entrambi. E mi salutano.
Appena arrivo a casa mi scrive Riccardo: "Non parcheggiare più lì. O fatti accompagnare. Quei tipi ti seguivano. Ce ne siamo accorti io e Davide e ti siamo venuti dietro".
Rivedo la scena e capisco.. Lo ringrazio. E mi riviene in mente una delle sere che non dimenticherò mai. A Barcellona, in piena estate. Io e Pepe eravamo in giro. Era tardi. Non avevamo la macchina o un altro mezzo. Volevo rientrare in metro e lui volle a tutti i costi prendere un taxi.
Mi arrabbiai perché non capivo. Eravamo giovanissimi e senza soldi.
Lui sotto casa mi abbracciò e mi disse: " Abito in una zona pericolosa. Se ti succedesse qualcosa, non potrei più vivere. Non posso permettere che qualcuno ti faccia del male".
Mi sentii così amata.
Come domenica sera. E per il teatro. O la magia del teatro. E di questo umano che mi ha spaventata per anni. Che è un casino. Un immenso e affascinante casino. E quando guardi l'umano, devi per forza reagire.
lunedì 19 gennaio 2015
Un'ora sola ti vorrei
Dopo anni a tentare d'immaginare come fosse la casa in montagna di Mr D.
e come fossero le persone di cui mi aveva sempre parlato ( e che mi
hanno sempre fatto ridere e creare storie per lui e per me), decido di
passare un fine settimana con lui.
Esattamente il fine settimana dopo l'inizio del nuovo anno.
Ricordo che in seduta, anni fa, riportavo a John la mia perplessità di legarmi ad un uomo che si rinchiudeva intere settimane come un eremita in case di montagna e di mare... Soprattutto perché ero fuggita dalla mia e da mio padre che di rinchiudermi aveva fatto il suo obiettivo di salvezza.
Come se mettermi sotto spirito potesse aiutare lui a non avere più paura di vivere. Come se rinchiudere la mia vitalià fosse la strada giusta per evitare la morte. Quella che aveva incontrato con l'incidente di mia madre.
Guido in un venerdì d'inizio gennaio. Traguardo:Valsesia. Quarona. Rinominata da me Squaronnah. Per una serie di giochi linguistici e fantasie che ho con Mr D. Da sempre. C'è un'unicità di rapporto con lui che rende creativo ogni nostro incontro.
Mi ha detto qualche giorno fa, infatti, che tra tutte le donne recenti ( e forse passate) che ha avuto, nella sua bulimia femminile, io sono quella con cui non si è mai annoiato.
"Ogni sms che mi scrivi e ogni discorso con te non è mai scontato o banale. Trovi sempre una chiave geniale e diversa".
"Quindi, quando mi dici ti amo è per come scrivo? Per i miei sms?"
"No, anche perché con te mi piace fare l'amore meglio che con chiunque altra".
"Grazie. E' la dichiarazione d'amore più bella che mi abbiano mai fatto".
Mr D. dice che mi ama. Ancora. Sono tre anni che me lo dice alternandomi alla rappresentazione di una donna sicura. Le ultime esperienze e i miei incontri con il mio amico GianPaolo mi hanno fatto capire che io non sono una donna che da' stabilità. Quella stabilità decisa per la donna da focolare.
Per anni non sono riuscita ad accettare di essere una donna diversa da mia madre. Diversa da tante altre donne. La mia amica drammaturga mi ha detto di leggere un libro sulle donne lupo. Quelle selvagge ed istintive. Mi ha riconosciuta subito. Ci siamo riconosciute.
Le donne lupo fanno paura. Sono come le streghe. E non ho mai capito perché. Ricordo i lupi al parco nazionale d'Abruzzo. Da bambina avevo l'immaginario e l'idea trasmessa da tante favole sul lupo come di un essere malefico e da uccidere.
Come i ragni. Che ora mi sono infinitamente simpatici.
Quando vidi quei lupi, mi fecero tenerezza. Chissà perché fa paura tutto ciò che tende ad una libertà e verità. Ci hanno costruito gabbie così sicure da cui è difficile uscire?
Arrivo a Quarona e Mr D. continua a mandarmi sms mentre guido. Ironici. A cui rispondo con la mia ironia. E' un gioco linguistico. Il nostro.
Parcheggio nel giardino di casa sua. La casa è su due livelli. Sotto ci abitano gli zii che mi presenta. E mi guardano incuriositi. Chissà quante ne avranno conosciute..
Gli do' un regalo. Un cesto natalizio. E restano sorpresi.
Poi saliamo nella mansarda di Mr D. Il suo monolocale indipendente. Si sente il fiume. E basta. No, anche Jack, il suo cane, che avevo ritrovato e che mi fa le feste. Lo chiamo Jackminchia. Il Belandi. Lo faccio parlare in ligure perché è di Vernazza. Sua madre l'ha recuperato lì, dalle mie parti.
Ho già iniziato i miei racconti su Diegominchia e Jackminchia. Due antieroi. Una versione grottesca ed ironica di tintin.. E Mr D. ride perché gli piace essere celebrato da me e le mie storie.
Facciamo l'amore. Con fiume sotto. Il suo piano. Il Mac. E la mia paura consapevole. Poi abbracciati mi fa tradurre in inglese una serie di robe. Sta' litigando da giorni con un software di archi e ottoni per poter arrangiare come un'orchestra.
E prima di andare a cena mi presenta Jimmy. Il mio regalo. Il signor Jimmy è un vibratore viola. Enorme. Multifunzione e a plurientrate. Genitale ed anale. Vibra, oscilla e si espande. Forse potrebbe fare anche il caffé, ma non indago.
Rido. E Mr D. un po' risentito dice: "Ma non ti piace? L'ho comprato online per te. Ho pensato che sul tuo sedere questo color viola sarebbe stato benissimo".
E' questa bestialità innocente che di lui mi fa ridere. Mi chiede di usarlo almeno una volta. Non ho mai visto un vibratore in .. carne ed ossa. Mi fa ridere tenerlo tra le mani. E chiaramente inizio a prendere in giro Mr D. usando il vibratore in tutti i modi tranne che nel suo. In ultimo me lo metto nelle mutande. E tento di giocare al maschio. Quello banale.
Ridendo dice: "Si vabbé, preparati che andiamo a cena, che qui si cena alle 19/19h30".
La cena è in un ristorante del paese. E' tutto divertente. Entro e si girano tutti. Ma non perché io sia chissà quale Miss.. ma perché nei paesi la forestiera è riconosciuta subito.
Prima incontriamo il suo amico Archy. Un suo coetaneo, con problemi di alcolismo, che mangia i gamberi di fiume protetti. Ma solo i maschi. Per lasciare che le femmine possano riprodursi. E va per lumache. Un nobile fuorilegge valsesiano.
Archy mi guarda un po'. Come fossi un extraterrestre. E capisco che sono troppo distante dal suo mondo femminile. Mi distruggerà con Mr D.
A cena Mr. non ha fame. Forse perché, come sempre, ho intuito ( e glielo dico) che sta' sentendo ancora l'altra, la donna della banca. E chissà chi. Mi guarda e dice "Come fai a saperlo?".
Poi tornando a casa mi dice che la sente per motivi economici e di lavoro e che non è mai scattato nulla con lei. Non come con me. ( Ah si? penso..).
Eppure so che l'ha cercata in questi mesi e che le ha regalato un oggetto del padre per Natale.
So talmente tante cose che mi stupisco di essere ancora lì. John mi direbbe " Perché ci vai ancora?".
Amore?
Al ristorante non ha mangiato. Ma ha bevuto una bottiglia di bianco. A casa, parlando di musica e arte, se ne fa fuori una di Ferrari. Mi arrabbio. Andiamo a letto e accende la tv sul canale dei documentari. Ne passano proprio uno sugli squali. E lui ha il terrore degli squali. Glielo dico. Mi abbraccia e si addormenta russandomi nelle orecchie.
La mattina dopo mi alzo abbastanza presto per essere una giornata di vacanza. Alle 9h30 sono in piedi e giro in tondo al suo monolocale giocando con Jack. Ma lui non si sveglia.
Si è riempito di alcool. Quando si sveglia sono le 11 passate. Faccio il caffé e mi dice che ha il raffreddore. E dormirà.
E' una bella giornata. Avevamo detto di andare a correre insieme. Mi ero portata tutto. Vado da sola. Con il garmin e corro per un'ora. Quando torno lui è ancora a letto. Mi doccio. E sono triste.
Ma lui non capisce. Dice: "Ma non pranzi?". No. Già da sola, pranzo poco. Poi così. No, mi è passata la fame. E' quasi pomeriggio. C'è tutta l'impossibilità di amare e le barriere. Lì tra noi. In 40 metri quadri di mansarda.
Mi metto vicino a lui. Sono nuda. Con i capelli ancora un po' bagnati e mi chiede di legarli. "Sono belli, ma sono troppo lunghi ora". E mentre sento dentro una strana tristezza, nuda accanto a lui con il desiderio di fare l'amore con altro che non sia la meccanicità e il suo senso di divorare e arrivare ad un orgasmo vuoto, mi tira fuori Jimmy.
"Ti prego, usalo almeno una volta. Fammi felice". E mentre nudo, con la maglietta e i suoi calzini a rombi, tiene in mano Jimmy, butto giù il groppone malinconico che da' spazio alla comicità.
"Va bene - dico - ma se io lo uso, tu smetti di bere. Facciamo un patto". Tutto contendo dice di si. Ci stringiamo la mano ed io spero che si renda conto che per me farmi mettere quel coso dentro è difficile. Qualcosa che faccio per lui. Solo per lui.
Mentre facciamo l'amore, nella solita posizione possibile ( non si muove molto.. riesce ad essere pigro anche lì..), sento che mi spinge Jimmy dentro. Senza neanche chiedere il permesso. Poi " V r r r r r r ". E in quella vibrazione meccanica, mi viene da ridere. Ma non rido. Per non offenderlo. E' tutto comico. E senza amore. Di conseguenza neanche godibile per me. No, non mi piace. Nel senso, è completamente indifferente. Allora sento "VRRRRRRRRRR", poi "VRrRrRrRrRrRrRrRrRrRr"... Sento che si sforza a farmi godere con Jimmy, cambiando tutte le velocità.. così nella vibrazione finta, inzio a pensare e a pensare e tutta la spontaneità di un atto che dovrebbe essere lasciato alla vibrazione dei corpi, se ne va e diventa.. monotono. E scontato.
Solo quando si accorge che non va e resto inerme al suo oggetto da quasi 200 euro, mi chiede "Non riesci a venire?".
Eh, no..
Lui non capisce perché. Non mi servono oggetti e carciofi o peperoni per "godere". Mi servirebbe lui. Solo la sua vibrazione.
Ma c'è solo comicità. Una delle tante comiche dell'amore di Annalisa.
Il letto di Quarona, Mr D., io nuda e Jimmy tra noi. Una scena comica. Ma non è colpa sua. Non mi vede. Tende ancora a farmi diventare come le sue fantasie. A mettermi tra i suoi vizi, che sono la sua prigione. Mentre io lotto per un'ora d'amore..
Che ho. Alle 18 del pomeriggio. Musichiamo due testi del CD. I miei unici due testi. Non sono più riuscita a scrivere per lui. E sento un'impotenza mentre percepisco incalzante la presenza e la scrittura di Silvia. Una sua ex onnipresente. Nella mia storia sentimentale e artistica con lui.
E con un'intensità che non ho mai capito. Come se io avessi trovato quel coraggio di vivere Mr D e di darmi a lui che lei non ha mai avuto.
La forma del nuovo CD è distante da me. Gliel'ho detto. Che la sua idea di parlare e cantare di un femminile era ed è geniale, ma che ha reso tutto così troppo colorato perché fosse suo. Tradendo la sua intuizione.
Ma forse, ora, non può essere che così. Uno zibaldone e un girotondo di colori e corpi com'è la sua visione del femminile. Io sono una delle tante.
Però in quell'unica ora in cui lui si da' a me, suonando e musicando i miei testi, mentre io gli canto la melodia e gli accenti come li sento, c'è amore. Ma dura solo un'ora perché non è abituato.
Sono le 19 e ha fame. Non avendo pranzato.
In casa non ha molto. Avevamo fatto una spesa rapida. Senza cognizione. C'è un minestrone e lui ha del pollo da fare. Così io cucino il minestrone e lui fa rapidamente e con nervosismo il pollo.
Di colpo cambia tutto. Lo sento nervoso. Continua a dire che ha fame e che per lui è importante che la tavola sia apparecchiata e preparata bene ad un certo orario. Io rido. Ma percepisco che non è ironico lì e mi fa paura.
Così non sto' attenta al minestrone. Ci vuole del tempo per cucinarlo. E attenzione. Uso una specie di dado biologico che mi ha dato lui. Ma ne metto poco. Non ricordo neanche di mettere il sale. Ho solo fretta di farlo perché lui si calmi.
E così chiudo subito. Senza sentire. Fa schifo. Lui lo assaggia e fa schifo. E me lo dice. E' vero. E' tutto nervoso. E mi guarda come se fossi la donna peggiore del mondo. Capisco che non guarda me. Non ci sono io lì. C'è tutto il suo fantasma. Mi sento male. Sto' male. Lui scrive al cellulare.
Sbaracchiamo. Lavo i piatti. Ma è assente.
Tento di fargli sentire alcune canzoni di Bucharac. Il mio progetto. Ascolta un po', ma so che il minestrone per lui è stato un trauma.
Andiamo a letto. Sono talmente prosciugata, che mi addormento subito. Mi risveglio di notte per un dolore allo stomaco. Avevo preso un'antidolorifico per un dolore alla gamba. Ma una bustina intera per il mio stomaco è troppo. O forse è il dolore dell'anima.
Il giorno dopo lui è felice. Senza alcool. Si alza abbastanza presto. C'è il pranzo con Silvia e la sua famiglia. Avevo lasciato decidere a lui. Per non fare la parte della gelosa. Non mi piace Silvia. Delle sue ex donne è quella che sento più ambigua nella sua vita. Tutte le ex gli vogliono bene. Lei la sento interessata.
Mi accusava di averlo sedotto e abbandonato. Non capendo cosa li leghi, vado a correre. E' una via di fuga. So che tutta la giornata andrà via sotto un tavolo con persone estranee alla mia vita, e che lui sia attivo per il nulla, mi fa innervosire. Quindi vado a correre. Torno al limite. Con lui già pronto e nervoso che mi sgrida: "Ma dove sei finita cazzo? E' un'ora che ti chiamo..".
Dobbiamo arrivare all'una. Io mi lavo e cambio in fretta e arriviamo in orario. Il posto è bello. Fermo come il nostro incontro.
Il pranzo è a menu fisso. Tipo tre antipasti, un primo e tre secondi. Assaggio un po' di tutto, ma di certo non era il mio obiettivo stare 4 ore a tavola a mangiare e attendere che fosse finito il tutto per poter stare con lui finalmente sobrio.
Lui non capisce. Capisce solo di dover salvare la forma in nome di un appuntamento preso per non so quale ragione.
Non ho capito quell'incontro. Ma forse non c'è niente da capire.
Ringrazio i figli di Silvia di esserci. Per la loro spontaneità che mi fanno stare lì.
A pranzo finito, fa una foto al volo. Una con me che gli faccio il gestaccio con il dito medio e dice "Brava scema. Ora la posto!". Su facebook. Figurati. Non sono ancora pubblicabile. Infatti pubblica la foto del fiume e del ristorante. Senza me. Senza noi.
Mentre rientriamo commento. Il pranzo e le relazioni. E c'è un senso di vuoto. Credo che lui abbia capito in fondo l'inutilità di quel pranzo che aveva preso tempo a noi. O forse come al solito resta ai suoi sensi di colpa.
Poi inizia a parlare di calcoli. "Con il mio patrimonio potremmo viverci bene in due.. poi forse con un figlio diventa difficile. Dovremmo lavorare tutti e due .." etc etc..
E io gli dico che non ho mai preso soldi da nessuno. Solo da lui per il guaio alla macchina. E la toyota che mio padre ora mi paga a rate. Dopo il nostro incontro nella musica.
Poi penso al figlio che avrei voluto da sempre. Ci penso sempre ad Ainoa. La figlia che volevo da Pepe e lui da me. Ne avevamo parlato tanto.
L'avevo desiderata tanto quella figlia, al punto da rinunciare a me stessa, per poi perdere entrambe una sera di estate. A Granada. Ero così giovane.
Saliamo nella sua mansarda e facciamo l'amore. Senza Jimmy. Velocemente e con voglia. Ci addormentiamo. La mia testa sul suo braccio. Sto' bene lì. Finalmente mi accoglie. E mi addormento. Lì, tra le sue braccia. In un uomo che mi accoglie e mi da' l'illusione di sentirmi protetta. Per come sono. Anche oggi ho la mia ora di amore con lui.
Quando ci svegliamo, lui ha il braccio addormentato e si lamenta. Non è abituato a dare una parte di sé ad un'altra. Dorme sempre da solo. Girato da una parte.
"Sentivo male al braccio, ma dormivi così bene che non ho voluto svegliarti". Mi preparo. Devo rientrare a Milano per lavoro e perché sento che lì più di così, per ora almeno, non si fa amare. Non ancora.
E non so perché. Eppure lo aspetto, andandomene. Non sa che finché non ci sarà lui, non potrò esserci io.
Per ora mi faccio bastare quell'unica ora di amore vero.. tra le mie parole e le sue dita al piano. La mia voce tremante. E il suo braccio dolorante che mi accoglie. Per un'ora. Un'ora sola..
"...ti vorrei per dirti quello che non sai di te e in quest'ora io darei, la vita mia per te"
Esattamente il fine settimana dopo l'inizio del nuovo anno.
Ricordo che in seduta, anni fa, riportavo a John la mia perplessità di legarmi ad un uomo che si rinchiudeva intere settimane come un eremita in case di montagna e di mare... Soprattutto perché ero fuggita dalla mia e da mio padre che di rinchiudermi aveva fatto il suo obiettivo di salvezza.
Come se mettermi sotto spirito potesse aiutare lui a non avere più paura di vivere. Come se rinchiudere la mia vitalià fosse la strada giusta per evitare la morte. Quella che aveva incontrato con l'incidente di mia madre.
Guido in un venerdì d'inizio gennaio. Traguardo:Valsesia. Quarona. Rinominata da me Squaronnah. Per una serie di giochi linguistici e fantasie che ho con Mr D. Da sempre. C'è un'unicità di rapporto con lui che rende creativo ogni nostro incontro.
Mi ha detto qualche giorno fa, infatti, che tra tutte le donne recenti ( e forse passate) che ha avuto, nella sua bulimia femminile, io sono quella con cui non si è mai annoiato.
"Ogni sms che mi scrivi e ogni discorso con te non è mai scontato o banale. Trovi sempre una chiave geniale e diversa".
"Quindi, quando mi dici ti amo è per come scrivo? Per i miei sms?"
"No, anche perché con te mi piace fare l'amore meglio che con chiunque altra".
"Grazie. E' la dichiarazione d'amore più bella che mi abbiano mai fatto".
Mr D. dice che mi ama. Ancora. Sono tre anni che me lo dice alternandomi alla rappresentazione di una donna sicura. Le ultime esperienze e i miei incontri con il mio amico GianPaolo mi hanno fatto capire che io non sono una donna che da' stabilità. Quella stabilità decisa per la donna da focolare.
Per anni non sono riuscita ad accettare di essere una donna diversa da mia madre. Diversa da tante altre donne. La mia amica drammaturga mi ha detto di leggere un libro sulle donne lupo. Quelle selvagge ed istintive. Mi ha riconosciuta subito. Ci siamo riconosciute.
Le donne lupo fanno paura. Sono come le streghe. E non ho mai capito perché. Ricordo i lupi al parco nazionale d'Abruzzo. Da bambina avevo l'immaginario e l'idea trasmessa da tante favole sul lupo come di un essere malefico e da uccidere.
Come i ragni. Che ora mi sono infinitamente simpatici.
Quando vidi quei lupi, mi fecero tenerezza. Chissà perché fa paura tutto ciò che tende ad una libertà e verità. Ci hanno costruito gabbie così sicure da cui è difficile uscire?
Arrivo a Quarona e Mr D. continua a mandarmi sms mentre guido. Ironici. A cui rispondo con la mia ironia. E' un gioco linguistico. Il nostro.
Parcheggio nel giardino di casa sua. La casa è su due livelli. Sotto ci abitano gli zii che mi presenta. E mi guardano incuriositi. Chissà quante ne avranno conosciute..
Gli do' un regalo. Un cesto natalizio. E restano sorpresi.
Poi saliamo nella mansarda di Mr D. Il suo monolocale indipendente. Si sente il fiume. E basta. No, anche Jack, il suo cane, che avevo ritrovato e che mi fa le feste. Lo chiamo Jackminchia. Il Belandi. Lo faccio parlare in ligure perché è di Vernazza. Sua madre l'ha recuperato lì, dalle mie parti.
Ho già iniziato i miei racconti su Diegominchia e Jackminchia. Due antieroi. Una versione grottesca ed ironica di tintin.. E Mr D. ride perché gli piace essere celebrato da me e le mie storie.
Facciamo l'amore. Con fiume sotto. Il suo piano. Il Mac. E la mia paura consapevole. Poi abbracciati mi fa tradurre in inglese una serie di robe. Sta' litigando da giorni con un software di archi e ottoni per poter arrangiare come un'orchestra.
E prima di andare a cena mi presenta Jimmy. Il mio regalo. Il signor Jimmy è un vibratore viola. Enorme. Multifunzione e a plurientrate. Genitale ed anale. Vibra, oscilla e si espande. Forse potrebbe fare anche il caffé, ma non indago.
Rido. E Mr D. un po' risentito dice: "Ma non ti piace? L'ho comprato online per te. Ho pensato che sul tuo sedere questo color viola sarebbe stato benissimo".
E' questa bestialità innocente che di lui mi fa ridere. Mi chiede di usarlo almeno una volta. Non ho mai visto un vibratore in .. carne ed ossa. Mi fa ridere tenerlo tra le mani. E chiaramente inizio a prendere in giro Mr D. usando il vibratore in tutti i modi tranne che nel suo. In ultimo me lo metto nelle mutande. E tento di giocare al maschio. Quello banale.
Ridendo dice: "Si vabbé, preparati che andiamo a cena, che qui si cena alle 19/19h30".
La cena è in un ristorante del paese. E' tutto divertente. Entro e si girano tutti. Ma non perché io sia chissà quale Miss.. ma perché nei paesi la forestiera è riconosciuta subito.
Prima incontriamo il suo amico Archy. Un suo coetaneo, con problemi di alcolismo, che mangia i gamberi di fiume protetti. Ma solo i maschi. Per lasciare che le femmine possano riprodursi. E va per lumache. Un nobile fuorilegge valsesiano.
Archy mi guarda un po'. Come fossi un extraterrestre. E capisco che sono troppo distante dal suo mondo femminile. Mi distruggerà con Mr D.
A cena Mr. non ha fame. Forse perché, come sempre, ho intuito ( e glielo dico) che sta' sentendo ancora l'altra, la donna della banca. E chissà chi. Mi guarda e dice "Come fai a saperlo?".
Poi tornando a casa mi dice che la sente per motivi economici e di lavoro e che non è mai scattato nulla con lei. Non come con me. ( Ah si? penso..).
Eppure so che l'ha cercata in questi mesi e che le ha regalato un oggetto del padre per Natale.
So talmente tante cose che mi stupisco di essere ancora lì. John mi direbbe " Perché ci vai ancora?".
Amore?
Al ristorante non ha mangiato. Ma ha bevuto una bottiglia di bianco. A casa, parlando di musica e arte, se ne fa fuori una di Ferrari. Mi arrabbio. Andiamo a letto e accende la tv sul canale dei documentari. Ne passano proprio uno sugli squali. E lui ha il terrore degli squali. Glielo dico. Mi abbraccia e si addormenta russandomi nelle orecchie.
La mattina dopo mi alzo abbastanza presto per essere una giornata di vacanza. Alle 9h30 sono in piedi e giro in tondo al suo monolocale giocando con Jack. Ma lui non si sveglia.
Si è riempito di alcool. Quando si sveglia sono le 11 passate. Faccio il caffé e mi dice che ha il raffreddore. E dormirà.
E' una bella giornata. Avevamo detto di andare a correre insieme. Mi ero portata tutto. Vado da sola. Con il garmin e corro per un'ora. Quando torno lui è ancora a letto. Mi doccio. E sono triste.
Ma lui non capisce. Dice: "Ma non pranzi?". No. Già da sola, pranzo poco. Poi così. No, mi è passata la fame. E' quasi pomeriggio. C'è tutta l'impossibilità di amare e le barriere. Lì tra noi. In 40 metri quadri di mansarda.
Mi metto vicino a lui. Sono nuda. Con i capelli ancora un po' bagnati e mi chiede di legarli. "Sono belli, ma sono troppo lunghi ora". E mentre sento dentro una strana tristezza, nuda accanto a lui con il desiderio di fare l'amore con altro che non sia la meccanicità e il suo senso di divorare e arrivare ad un orgasmo vuoto, mi tira fuori Jimmy.
"Ti prego, usalo almeno una volta. Fammi felice". E mentre nudo, con la maglietta e i suoi calzini a rombi, tiene in mano Jimmy, butto giù il groppone malinconico che da' spazio alla comicità.
"Va bene - dico - ma se io lo uso, tu smetti di bere. Facciamo un patto". Tutto contendo dice di si. Ci stringiamo la mano ed io spero che si renda conto che per me farmi mettere quel coso dentro è difficile. Qualcosa che faccio per lui. Solo per lui.
Mentre facciamo l'amore, nella solita posizione possibile ( non si muove molto.. riesce ad essere pigro anche lì..), sento che mi spinge Jimmy dentro. Senza neanche chiedere il permesso. Poi " V r r r r r r ". E in quella vibrazione meccanica, mi viene da ridere. Ma non rido. Per non offenderlo. E' tutto comico. E senza amore. Di conseguenza neanche godibile per me. No, non mi piace. Nel senso, è completamente indifferente. Allora sento "VRRRRRRRRRR", poi "VRrRrRrRrRrRrRrRrRrRr"... Sento che si sforza a farmi godere con Jimmy, cambiando tutte le velocità.. così nella vibrazione finta, inzio a pensare e a pensare e tutta la spontaneità di un atto che dovrebbe essere lasciato alla vibrazione dei corpi, se ne va e diventa.. monotono. E scontato.
Solo quando si accorge che non va e resto inerme al suo oggetto da quasi 200 euro, mi chiede "Non riesci a venire?".
Eh, no..
Lui non capisce perché. Non mi servono oggetti e carciofi o peperoni per "godere". Mi servirebbe lui. Solo la sua vibrazione.
Ma c'è solo comicità. Una delle tante comiche dell'amore di Annalisa.
Il letto di Quarona, Mr D., io nuda e Jimmy tra noi. Una scena comica. Ma non è colpa sua. Non mi vede. Tende ancora a farmi diventare come le sue fantasie. A mettermi tra i suoi vizi, che sono la sua prigione. Mentre io lotto per un'ora d'amore..
Che ho. Alle 18 del pomeriggio. Musichiamo due testi del CD. I miei unici due testi. Non sono più riuscita a scrivere per lui. E sento un'impotenza mentre percepisco incalzante la presenza e la scrittura di Silvia. Una sua ex onnipresente. Nella mia storia sentimentale e artistica con lui.
E con un'intensità che non ho mai capito. Come se io avessi trovato quel coraggio di vivere Mr D e di darmi a lui che lei non ha mai avuto.
La forma del nuovo CD è distante da me. Gliel'ho detto. Che la sua idea di parlare e cantare di un femminile era ed è geniale, ma che ha reso tutto così troppo colorato perché fosse suo. Tradendo la sua intuizione.
Ma forse, ora, non può essere che così. Uno zibaldone e un girotondo di colori e corpi com'è la sua visione del femminile. Io sono una delle tante.
Però in quell'unica ora in cui lui si da' a me, suonando e musicando i miei testi, mentre io gli canto la melodia e gli accenti come li sento, c'è amore. Ma dura solo un'ora perché non è abituato.
Sono le 19 e ha fame. Non avendo pranzato.
In casa non ha molto. Avevamo fatto una spesa rapida. Senza cognizione. C'è un minestrone e lui ha del pollo da fare. Così io cucino il minestrone e lui fa rapidamente e con nervosismo il pollo.
Di colpo cambia tutto. Lo sento nervoso. Continua a dire che ha fame e che per lui è importante che la tavola sia apparecchiata e preparata bene ad un certo orario. Io rido. Ma percepisco che non è ironico lì e mi fa paura.
Così non sto' attenta al minestrone. Ci vuole del tempo per cucinarlo. E attenzione. Uso una specie di dado biologico che mi ha dato lui. Ma ne metto poco. Non ricordo neanche di mettere il sale. Ho solo fretta di farlo perché lui si calmi.
E così chiudo subito. Senza sentire. Fa schifo. Lui lo assaggia e fa schifo. E me lo dice. E' vero. E' tutto nervoso. E mi guarda come se fossi la donna peggiore del mondo. Capisco che non guarda me. Non ci sono io lì. C'è tutto il suo fantasma. Mi sento male. Sto' male. Lui scrive al cellulare.
Sbaracchiamo. Lavo i piatti. Ma è assente.
Tento di fargli sentire alcune canzoni di Bucharac. Il mio progetto. Ascolta un po', ma so che il minestrone per lui è stato un trauma.
Andiamo a letto. Sono talmente prosciugata, che mi addormento subito. Mi risveglio di notte per un dolore allo stomaco. Avevo preso un'antidolorifico per un dolore alla gamba. Ma una bustina intera per il mio stomaco è troppo. O forse è il dolore dell'anima.
Il giorno dopo lui è felice. Senza alcool. Si alza abbastanza presto. C'è il pranzo con Silvia e la sua famiglia. Avevo lasciato decidere a lui. Per non fare la parte della gelosa. Non mi piace Silvia. Delle sue ex donne è quella che sento più ambigua nella sua vita. Tutte le ex gli vogliono bene. Lei la sento interessata.
Mi accusava di averlo sedotto e abbandonato. Non capendo cosa li leghi, vado a correre. E' una via di fuga. So che tutta la giornata andrà via sotto un tavolo con persone estranee alla mia vita, e che lui sia attivo per il nulla, mi fa innervosire. Quindi vado a correre. Torno al limite. Con lui già pronto e nervoso che mi sgrida: "Ma dove sei finita cazzo? E' un'ora che ti chiamo..".
Dobbiamo arrivare all'una. Io mi lavo e cambio in fretta e arriviamo in orario. Il posto è bello. Fermo come il nostro incontro.
Il pranzo è a menu fisso. Tipo tre antipasti, un primo e tre secondi. Assaggio un po' di tutto, ma di certo non era il mio obiettivo stare 4 ore a tavola a mangiare e attendere che fosse finito il tutto per poter stare con lui finalmente sobrio.
Lui non capisce. Capisce solo di dover salvare la forma in nome di un appuntamento preso per non so quale ragione.
Non ho capito quell'incontro. Ma forse non c'è niente da capire.
Ringrazio i figli di Silvia di esserci. Per la loro spontaneità che mi fanno stare lì.
A pranzo finito, fa una foto al volo. Una con me che gli faccio il gestaccio con il dito medio e dice "Brava scema. Ora la posto!". Su facebook. Figurati. Non sono ancora pubblicabile. Infatti pubblica la foto del fiume e del ristorante. Senza me. Senza noi.
Mentre rientriamo commento. Il pranzo e le relazioni. E c'è un senso di vuoto. Credo che lui abbia capito in fondo l'inutilità di quel pranzo che aveva preso tempo a noi. O forse come al solito resta ai suoi sensi di colpa.
Poi inizia a parlare di calcoli. "Con il mio patrimonio potremmo viverci bene in due.. poi forse con un figlio diventa difficile. Dovremmo lavorare tutti e due .." etc etc..
E io gli dico che non ho mai preso soldi da nessuno. Solo da lui per il guaio alla macchina. E la toyota che mio padre ora mi paga a rate. Dopo il nostro incontro nella musica.
Poi penso al figlio che avrei voluto da sempre. Ci penso sempre ad Ainoa. La figlia che volevo da Pepe e lui da me. Ne avevamo parlato tanto.
L'avevo desiderata tanto quella figlia, al punto da rinunciare a me stessa, per poi perdere entrambe una sera di estate. A Granada. Ero così giovane.
Saliamo nella sua mansarda e facciamo l'amore. Senza Jimmy. Velocemente e con voglia. Ci addormentiamo. La mia testa sul suo braccio. Sto' bene lì. Finalmente mi accoglie. E mi addormento. Lì, tra le sue braccia. In un uomo che mi accoglie e mi da' l'illusione di sentirmi protetta. Per come sono. Anche oggi ho la mia ora di amore con lui.
Quando ci svegliamo, lui ha il braccio addormentato e si lamenta. Non è abituato a dare una parte di sé ad un'altra. Dorme sempre da solo. Girato da una parte.
"Sentivo male al braccio, ma dormivi così bene che non ho voluto svegliarti". Mi preparo. Devo rientrare a Milano per lavoro e perché sento che lì più di così, per ora almeno, non si fa amare. Non ancora.
E non so perché. Eppure lo aspetto, andandomene. Non sa che finché non ci sarà lui, non potrò esserci io.
Per ora mi faccio bastare quell'unica ora di amore vero.. tra le mie parole e le sue dita al piano. La mia voce tremante. E il suo braccio dolorante che mi accoglie. Per un'ora. Un'ora sola..
"...ti vorrei per dirti quello che non sai di te e in quest'ora io darei, la vita mia per te"
mercoledì 31 dicembre 2014
Il Bacio dell' Arte
"Passo domani a farti le condoglianze e darti un abbraccio. Non sono
riuscita a venire al funerale per il lavoro. Periodo di lotta di nuovo".
Domenica di prove alle Scimmie e Teatro Danza per liberare sempre più il mio corpo in scena in modo che diventi un tutt'uno con la mia anima. L'attore rappresenta con il corpo tutto ciò che con le parole non è rappresentabile.
Gli attori di parola sono morti. Forse non sono mai vissuti o sono stati lo specchio di una non vita. O di un'umanità che non aveva voglia di coinvolgersi più di tanto.
Eppure io ho sempre rappresentato con la parola. Anzi, no. Ho scritto e basta. Ero quella cosa che in teatro chiamano "dramaturg". Oppure nella versione di pura "scrittrice". Senza avere il riconoscimento per poterlo fare.
Mi avevano definita così a dodici anni. Ho ritrovato l'articolo del mio racconto. Avevo vinto un premio alle medie, nella mia città. E il racconto era gotico. Fantascienza e morte.
Non lo avrebbe mai scritto una bambina di quell'età. Non una felice. O una "normale". Ero dark e mi sentivo inadeguata. O strana.
Anche adesso mi sento tale.
Divisa. Forse su una strada in cui la parola scorre nel mio corpo. E poi nella voce. Perché c'è anche il canto. Devo riunire i puzzles di una me che è nata. Perché sia ferma nella sua complessità e possa permettersi di vivere quel che resta in una pienezza.
Sono quasi vicina alla consapevolezza che ho solo io il potere di vivere e non di esistere.
E' iniziato nello studio di John il mio percorso. Arrivavo in via cagliero con le mie borse dello sport. E ogni tanto Pepe dietro che non capiva perché quella ragazza dolce e forte e senza desideri per se stessa, piangesse sempre e si rotolasse dal dolore alle ovaie.
Piangevo in continuazione. Non mi piaceva lo studio di via cagliero. Era vicino casa. L'avevo scelto per quello. Solo per quello. Ed ero disperata perché non sapevo cosa stesse succedendo al mio corpo.
A distanza di quasi dieci anni, sono io che vado nello studio di John, un altro luogo, e non per fare analisi, ma per portargli "un abbraccio". L'ho definito così nella mia modalità di attrice.
Per essere felici, basterebbe vivere. Come mio nipote. Vive ogni attimo essendo se stesso. Ma ha solo nove mesi. Eppure è felice. Invece ci accontentiamo di esistere. Non implica nessuna fatica esistere. Vivere invece comporta.. tutto.
Chissà che non sia il teatro l'unica vera vita.. Lì devo vivere e non limitarmi. Il rischio sarebbe fare scappare annoiato il pubblico. Che a teatro viene a vedere se stesso.
Mi siedo nello studio di John. Come fanno i pazienti. Come ho fatto per anni. Prima del taglio deciso da me, ma messo in atto dall'incapacità di amare. Solo la mia? Quella di chi ho permesso di entrare nella mia vita? Di chi in nome della razionalità della paura tenta di decifrare il mondo.
Non parlo molto. Sento il dolore. Il cambiamento. La perdita. Il disagio e lo sforzo per non piangere.
Così come si fa in questi casi, parlo del teatro e della passione che ci lega.
"E' come una droga il teatro" mi dice John. Si. Certo. Io non sono molto diversa da Mr D. e dalle persone con dipendenze che mi hanno cercata.
Ho la stessa fame ed energia. O ansia. Solo che poco a poco ho imparato a farmi di arte. Teatro. Musica. Scrittura. Ma il teatro racchiude tutto. Anche il corpo.
Gli racconto anche di Mr D. Dopo la morte del padre c'è un tentativo di cambiamento. Da parte sua.
E racconto del mio compleanno. Della cena in un ristorante di pesce raffinato. Del regalo. Soldi.
Poca cosa per lui ora.
Ero in difficoltà e lo sapeva. "Mi ha dato dei soldi. Li ha ritirati e messi nella mia borsa". Tanti soldi per me. Che ho tentato di rifiutare, ma "Posso avere il diritto di farti un regalo?".
John mi segue. Un po'. "Non sono andata a letto con lui. Mi ha portata a casa e ci siamo baciati. Poi ora dobbiamo riprendere a lavorare insieme".
Preferisco tenere il bacio dell'arte e non rischiare di rovinare ancora. In qualche modo John è tranquillo. Poi parliamo della mia analisi. E tento di segnare un appuntamento a cui non andrò.
Esco e gli do' un abbraccio con lo sguardo.
Non ho detto a John che quella sera Mr D. mi ha mandato una foto. Una foto vecchia che ci eravamo fatti.
Io l'ho rivisitata con un programmino e rispedita a lui come fosse un quadro.
"Il Bacio dell' Arte". Magari ora riusciamo ad incontrarci in quello come Annalisa e Diego.
Da quella sera e da quel manifesto, sono successe altre cose. Liti e collaborazioni. Il suo concerto al teatro Leonardo.
La nostra notte insieme. Dice che mi ama. Che non può pensare di raggiungersi se non con me. Ed io con lui?
Pongo resistenze e paure. Anche di fronte al figlio che vuole da me. Saprà amarmi per la donna che sono?
"Caro Diego, la mia artisticità rientra nel mio modo di essere donna e di amare. Non è biologico e tantomeno naturale per me fingere e dividere. La musica o il teatro mi fanno amare meglio. Io sono questo. E voglio continuare a credere che ciò che ci fa stare qui sia ancora e solo quella scintilla di Dio che ci fa correre e protendere all'infinito come due rette parallele. La chiamo arte.
Credo che solo per questo legame profondo, io non smetterò mai di amarti".
Domenica di prove alle Scimmie e Teatro Danza per liberare sempre più il mio corpo in scena in modo che diventi un tutt'uno con la mia anima. L'attore rappresenta con il corpo tutto ciò che con le parole non è rappresentabile.
Gli attori di parola sono morti. Forse non sono mai vissuti o sono stati lo specchio di una non vita. O di un'umanità che non aveva voglia di coinvolgersi più di tanto.
Eppure io ho sempre rappresentato con la parola. Anzi, no. Ho scritto e basta. Ero quella cosa che in teatro chiamano "dramaturg". Oppure nella versione di pura "scrittrice". Senza avere il riconoscimento per poterlo fare.
Mi avevano definita così a dodici anni. Ho ritrovato l'articolo del mio racconto. Avevo vinto un premio alle medie, nella mia città. E il racconto era gotico. Fantascienza e morte.
Non lo avrebbe mai scritto una bambina di quell'età. Non una felice. O una "normale". Ero dark e mi sentivo inadeguata. O strana.
Anche adesso mi sento tale.
Divisa. Forse su una strada in cui la parola scorre nel mio corpo. E poi nella voce. Perché c'è anche il canto. Devo riunire i puzzles di una me che è nata. Perché sia ferma nella sua complessità e possa permettersi di vivere quel che resta in una pienezza.
Sono quasi vicina alla consapevolezza che ho solo io il potere di vivere e non di esistere.
E' iniziato nello studio di John il mio percorso. Arrivavo in via cagliero con le mie borse dello sport. E ogni tanto Pepe dietro che non capiva perché quella ragazza dolce e forte e senza desideri per se stessa, piangesse sempre e si rotolasse dal dolore alle ovaie.
Piangevo in continuazione. Non mi piaceva lo studio di via cagliero. Era vicino casa. L'avevo scelto per quello. Solo per quello. Ed ero disperata perché non sapevo cosa stesse succedendo al mio corpo.
A distanza di quasi dieci anni, sono io che vado nello studio di John, un altro luogo, e non per fare analisi, ma per portargli "un abbraccio". L'ho definito così nella mia modalità di attrice.
Per essere felici, basterebbe vivere. Come mio nipote. Vive ogni attimo essendo se stesso. Ma ha solo nove mesi. Eppure è felice. Invece ci accontentiamo di esistere. Non implica nessuna fatica esistere. Vivere invece comporta.. tutto.
Chissà che non sia il teatro l'unica vera vita.. Lì devo vivere e non limitarmi. Il rischio sarebbe fare scappare annoiato il pubblico. Che a teatro viene a vedere se stesso.
Mi siedo nello studio di John. Come fanno i pazienti. Come ho fatto per anni. Prima del taglio deciso da me, ma messo in atto dall'incapacità di amare. Solo la mia? Quella di chi ho permesso di entrare nella mia vita? Di chi in nome della razionalità della paura tenta di decifrare il mondo.
Non parlo molto. Sento il dolore. Il cambiamento. La perdita. Il disagio e lo sforzo per non piangere.
Così come si fa in questi casi, parlo del teatro e della passione che ci lega.
"E' come una droga il teatro" mi dice John. Si. Certo. Io non sono molto diversa da Mr D. e dalle persone con dipendenze che mi hanno cercata.
Ho la stessa fame ed energia. O ansia. Solo che poco a poco ho imparato a farmi di arte. Teatro. Musica. Scrittura. Ma il teatro racchiude tutto. Anche il corpo.
Gli racconto anche di Mr D. Dopo la morte del padre c'è un tentativo di cambiamento. Da parte sua.
E racconto del mio compleanno. Della cena in un ristorante di pesce raffinato. Del regalo. Soldi.
Poca cosa per lui ora.
Ero in difficoltà e lo sapeva. "Mi ha dato dei soldi. Li ha ritirati e messi nella mia borsa". Tanti soldi per me. Che ho tentato di rifiutare, ma "Posso avere il diritto di farti un regalo?".
John mi segue. Un po'. "Non sono andata a letto con lui. Mi ha portata a casa e ci siamo baciati. Poi ora dobbiamo riprendere a lavorare insieme".
Preferisco tenere il bacio dell'arte e non rischiare di rovinare ancora. In qualche modo John è tranquillo. Poi parliamo della mia analisi. E tento di segnare un appuntamento a cui non andrò.
Esco e gli do' un abbraccio con lo sguardo.
Non ho detto a John che quella sera Mr D. mi ha mandato una foto. Una foto vecchia che ci eravamo fatti.
Io l'ho rivisitata con un programmino e rispedita a lui come fosse un quadro.
"Il Bacio dell' Arte". Magari ora riusciamo ad incontrarci in quello come Annalisa e Diego.
Da quella sera e da quel manifesto, sono successe altre cose. Liti e collaborazioni. Il suo concerto al teatro Leonardo.
La nostra notte insieme. Dice che mi ama. Che non può pensare di raggiungersi se non con me. Ed io con lui?
Pongo resistenze e paure. Anche di fronte al figlio che vuole da me. Saprà amarmi per la donna che sono?
"Caro Diego, la mia artisticità rientra nel mio modo di essere donna e di amare. Non è biologico e tantomeno naturale per me fingere e dividere. La musica o il teatro mi fanno amare meglio. Io sono questo. E voglio continuare a credere che ciò che ci fa stare qui sia ancora e solo quella scintilla di Dio che ci fa correre e protendere all'infinito come due rette parallele. La chiamo arte.
Credo che solo per questo legame profondo, io non smetterò mai di amarti".
mercoledì 19 novembre 2014
La valigia dell'attore
"Riuscireste a dire chi siete? ". E' Gaddo. Il mio maestro alle Scimmie Nude.
Ho sempre pensato fosse geniale nella sua fragile umanità. Nel suo approccio al teatro. E fondamentalmente onesto anche in una brutalità. A volte.
E' una qualità, questa dell'onestà, difficile da trovare. Ne ho incontrate poche di persone così. Il più delle volte sono quelle più difficili. Stanno soli. Perché si bastano. Forse. O perché non riescono ad incontrare qualcun altro di altrettanto libero con cui condividere sensi forti. Oltre il bisogno e il compromesso della necessità.
Ieri sera c'era anche John alle Scimmie. In questo scambio artistico. Nella mia ingenua umiltà o nella mia umiltà ingenua, ho sempre pensato che il teatro, quello delle Scimmie, fosse il completamento del suo lavoro. E magari la spada che eliminasse per sempre il muro della razionalità intellettuale, della psicanalisi troppo "dentro" e poco espressa nel corpo perché possa risultare vera ed "assunta". Ai cieli? Ai cieli dell'infinito dell'essere umano.
Non sono arrabbiata con lui. Con Giovanni. Non più. Ma non riesco ad andare in analisi. Per ora. Il non detto si è trasformato in un tappeto d'alghe. Giù in basso. Come se non appartenesse a nessuno. Se non alla mia paura. Alle mie paure.
Di fatto io non vado più. Ma sento le alghe che mi solleticano i piedi. Ogni notte. Avevo paura di loro al mare. All' Isola Palmaria stavano sotto di me. Una macchia nera che m'impauriva da bambina. Eppure necessarie.
La paura lo è. Oltre quella ci siamo noi. Parti di noi. Esiste per spingerci sempre più al largo.
"Perché siete qui? Perché fate teatro?". E' la domanda. L'altra a cui ho una risposta. Ora. Dopo tanti anni.
Alla prima, a chi io sia, non so rispondere. E' racchiusa nella seconda. Faccio teatro per sapere chi sono o poter vivere tutto quello che sono e che non sono. Per poter vivere le infinite donne che vivono dentro di me. Non sono una. Ci sono più voci. Più occhi. Più cuori. Donne più buone. Più dolci. Più perfide. Più erotiche e perverse. Diverse. Diverse. Tutte diverse. E devo farle uscire. Per una necessità. Devo dar loro una forma. Il teatro mi permette di guardarle con simpatia. Di non essere in mano loro. Anche quando scrivo succede la stessa cosa. Escono da me infinite forme. Anche esseri informi. Che partorisco e riconosco o no, in una maternità che non ha fine. Non ha fine.
Non so dire chi sono. Un'attrice? Sono il padre e la figlia. L'amante, la sciantosa. Che lascia la sua vita di là. In un bagno squallido per darmi a chi vuole vedere attraverso di me. Per poco. Per fare calare il sipario sulla mia vita. Che tanto pulita non è.
Non c'è foto sul mio documento d'identità. Ma esisto. Nella mia umanità. M'inchino ripetutamente e ringrazio infinitamente chi vuole scambiare la sua essenza nella mia, con la mia. Io sono tutto e nessuno.
Una grande famiglia..
..che si perderà. O si spengerà. O trasformerà.
Faccio teatro perché mi permette di entrare nel mistero della vita, dell'essenza dell'essere umano.
Non so definire chi io sia. Ho sempre avuto problemi nel redarre un curriculum. Di fatto ne ho 3 o 4. Uno come business analyst. Un altro come attrice. Uno come cantante.. Uno emergente come autrice.
Io sono uno, nessuno o centomila.. tutti chiusi nella valigia dell'attore.
Ho sempre pensato fosse geniale nella sua fragile umanità. Nel suo approccio al teatro. E fondamentalmente onesto anche in una brutalità. A volte.
E' una qualità, questa dell'onestà, difficile da trovare. Ne ho incontrate poche di persone così. Il più delle volte sono quelle più difficili. Stanno soli. Perché si bastano. Forse. O perché non riescono ad incontrare qualcun altro di altrettanto libero con cui condividere sensi forti. Oltre il bisogno e il compromesso della necessità.
Ieri sera c'era anche John alle Scimmie. In questo scambio artistico. Nella mia ingenua umiltà o nella mia umiltà ingenua, ho sempre pensato che il teatro, quello delle Scimmie, fosse il completamento del suo lavoro. E magari la spada che eliminasse per sempre il muro della razionalità intellettuale, della psicanalisi troppo "dentro" e poco espressa nel corpo perché possa risultare vera ed "assunta". Ai cieli? Ai cieli dell'infinito dell'essere umano.
Non sono arrabbiata con lui. Con Giovanni. Non più. Ma non riesco ad andare in analisi. Per ora. Il non detto si è trasformato in un tappeto d'alghe. Giù in basso. Come se non appartenesse a nessuno. Se non alla mia paura. Alle mie paure.
Di fatto io non vado più. Ma sento le alghe che mi solleticano i piedi. Ogni notte. Avevo paura di loro al mare. All' Isola Palmaria stavano sotto di me. Una macchia nera che m'impauriva da bambina. Eppure necessarie.
La paura lo è. Oltre quella ci siamo noi. Parti di noi. Esiste per spingerci sempre più al largo.
"Perché siete qui? Perché fate teatro?". E' la domanda. L'altra a cui ho una risposta. Ora. Dopo tanti anni.
Alla prima, a chi io sia, non so rispondere. E' racchiusa nella seconda. Faccio teatro per sapere chi sono o poter vivere tutto quello che sono e che non sono. Per poter vivere le infinite donne che vivono dentro di me. Non sono una. Ci sono più voci. Più occhi. Più cuori. Donne più buone. Più dolci. Più perfide. Più erotiche e perverse. Diverse. Diverse. Tutte diverse. E devo farle uscire. Per una necessità. Devo dar loro una forma. Il teatro mi permette di guardarle con simpatia. Di non essere in mano loro. Anche quando scrivo succede la stessa cosa. Escono da me infinite forme. Anche esseri informi. Che partorisco e riconosco o no, in una maternità che non ha fine. Non ha fine.
Non so dire chi sono. Un'attrice? Sono il padre e la figlia. L'amante, la sciantosa. Che lascia la sua vita di là. In un bagno squallido per darmi a chi vuole vedere attraverso di me. Per poco. Per fare calare il sipario sulla mia vita. Che tanto pulita non è.
Non c'è foto sul mio documento d'identità. Ma esisto. Nella mia umanità. M'inchino ripetutamente e ringrazio infinitamente chi vuole scambiare la sua essenza nella mia, con la mia. Io sono tutto e nessuno.
Una grande famiglia..
..che si perderà. O si spengerà. O trasformerà.
Faccio teatro perché mi permette di entrare nel mistero della vita, dell'essenza dell'essere umano.
Non so definire chi io sia. Ho sempre avuto problemi nel redarre un curriculum. Di fatto ne ho 3 o 4. Uno come business analyst. Un altro come attrice. Uno come cantante.. Uno emergente come autrice.
Io sono uno, nessuno o centomila.. tutti chiusi nella valigia dell'attore.
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